MFPG – Di questo ci occupiamo

tratto dal nostro gruppo facebook

Laura (M)
Un’amica mi ha raccontato un episodio mi ha colpito molto. Un bambino di pochi anni ha da qualche mese perso il papà che è volato in cielo, ha rivisto la macchina del papà ed è corso in casa a cercarlo pensando fosse tornato dal suo viaggio… Mi ha commosso tanto e fatto pensare a tutti quei bambini che sono orfani di genitori vivi… A quello che quei genitori malevoli stanno togliendo ai loro figli, al dolore che gli provocano togliendogli uno dei 2 genitori… Che tristezza

Laura (M)
Auguro a quel piccolo uomo una vita felice e piena di cose belle. Un abbraccio alla sua mamma e alla sua fantastica zia

Gaetano (C)
Mi sono commosso tantissimo mi fa pensare ai miei figli che tristezza

Barbara (P)
…in realtà è stato molto più commovente…ha salito le scale di corsa e con affanno è andato in ogni stanza a cercarlo urlando “…eccolo eccolo”
dapprima con la speranza palpabile nei suoi occhi e man mano la speranza si tramutava in delusione…
e infine sconfinata tristezza…
si chiama Giovanni e non ha ancora tre anni!

THAT’S ALL, FOLKS.

Una nostra amica ci ha mandato questo scritto chiedendoci di condividerlo qui sul nostro Blog e noi abbiamo accettato volentieri.

Eccovelo:

 

Nelle feste di Natale mi sono strafogata.

Primo perché sono stata invitata, ho invitato, mi hanno re invitato, e cosi via…. evidentemente non solo non puzzo ma ho un sacco di amici e parenti che han piacere di vedermi e frequentarmi e a cui piace venirmi a trovare. E il cibo è convivialità.

Nelle feste di Natale mi sono strafogata.

Secondo, perché posso pure permettermelo, che tanto il metabolismo poi provvede, e dove non provvede c’è da dire che io mi piaccio e fino a prova contraria piaccio a chi mi interessa piacere, quindi va bene cosi.

Nelle feste di Natale ho ricevuto un sacco di regali, e ne ho fatti altrettanto.

Primo perché è bellissimo fare i regali: significa che quando vedi una cosa bella e quella cosa bella ti fa pensare alle persone che conosci e ti vien voglia che ce l’abbiano, la cosa bella,  significa che conosci belle persone.

Nelle feste di Natale ho ricevuto un sacco di regali e ne ho fatti altrettanto.

Secondo perché diciamocelo è bello ricevere i regali, è un modo in cui la gente dice che ti vuole bene e siccome sono tutti regali azzeccati significa che riesco a farmi conoscere per quella che sono e quella che sono è apprezzabile.

Nelle feste di Natale mi sono anche arrabbiata.

Primo, perché alla domanda “sei arrabbiata” ho risposto “SI; eccheddiavolo” perché stare a rosicare dentro fa venire l’ulcera e l’ulcera avrebbe impedito di gustarmi la frutta secca in particolare i FIKI

Nelle feste di Natale mi sono anche arrabbiata.

Secondo perché quando ti arrabbi ma non vivi da sol* poi arriva l’occasione per fare pace….. e Natale è la festa della pace e dell’Amore

Nelle feste di Natale ho detto un sacco di SI perché il cilicio casomai si porta a Pasqua e comunque dire di NO è sempre una sconfitta del lato godereccio della vita, che fino a prova contraria è UNA sola e col cacchio che mi perdo una puntata!!!

 

E come direbbe mio padre, mentre stai li a pensare quanto sia più virtuoso rinunciare….. IL SOLE SI E’ MANGIATO LE ORE.

LaPaoletta

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 3.400 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 6 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

NATA LIBERA

Oggi non parliamo di noi.

Oggi parliamo di una persona che ha saputo, innanzitutto essere LIBERA.

LIBERA dalle imposizioni familiari, sebbene fossero forse ovvie se consideriamo il tempo che ha vissuto. Quando il padre tentò di negarle l’università “in quanto donna” non chinò il capo, e non si adattò alla immagine di angelo del focolare. L’affrontò ed ottenne di iscriversi a medicina. Si laureò col massimo dei voti.

LIBERA dalle limitazioni politiche: quando il Regime tentò di interromperne la carriera e gli studi, portò il suo sapere ed il suo laboratorio in casa.

LIBERA dagli eventi della Storia: quando la Guerra bombardò il suo laboratorio casalingo spostò i suoi studi ma non li interruppe.

LIBERA dai campanilismi e dai provincialismi: quando le opportunità si presentarono in altri Paesi, le accettò.

LIBERA dall’idea consacrata di una maternità come fine ultimo: non si è mai sposata né ha voluto figli, perché – sosteneva – vi erano molte cose interessanti da fare e il tempo non sarebbe bastato per fare tutto bene.

LIBERA al punto da potersi permettere di scegliere.

LIBERA dalle critiche e dagli insulti: “Non sto neanche a sentirli, ho cose interessanti da fare”.

Nel 2000 descrisse il suo carattere cosi:

“L’assenza di complessi psicologici, la tenacia nel seguire la strada che ritenevo giusta, l’abitudine a sottovalutare gli ostacoli – un tratto che ho ereditato da mio PADRE – mi hanno aiutato ad affrontare le difficoltà della vita.

Ai miei GENITORI devo anche l’aver imparato a guardare gli altri con simpatia e nessuna diffidenza”

 

Arrivederci, Rita Levi Montalcini.

Donna. Femminista. LIBERA.

1909 – 2012

Arianna Brambilla ©

RLM

DISPARI OPPORTUNITA’ – di Gianluca P. ©

E che storia è, sono anni  che le donne vogliono che l’uomo diventi mammo, cosi possono uscire e realizzarsi, e invece ora vorrebbero tornare indietro ai tempi in cui mio nonno si faceva 50 km in bicicletta per andare a lavorare e altri 50 km la sera per tornare a casa sfatto,  in modo che la donna possa – anzi “DEVE STARE A CASA”.

Il mammo non sa solo preparare pappine, cambiare pannolini, far fare i bagnetti, intrattenere i bambini; non è un babysitter. Il mammo sa far ridere, giocare e consolare dei piccoli adulti. Educare, soprattutto. E siccome gli uomini si evolvono – e in fretta – siamo stati capaci di diventare anche questo in moltissimi casi. Siamo consapevolmente uomini e padri.

Mio nonno non sarebbe stato capace, mio padre non sarebbe stato capace. Allora il tempo del padre era il “tempo libero”. Al massimo la domenica si andava al cinema o allo stadio e per il resto ho sempre giocato da solo. Lui lavorava, anche a casa, per permettere alla sua famiglia di avere una bella casa, di fare le ferie e tutte quelle cose che si facevano un po’ per novità sul finire degli anni 70.

E mia mamma lavorava pure lei, eccome se lavorava, con turni notturni tali che con mio padre si incontravano al mattino sulla porta, uno usciva, l’altra entrava, io andavo a scuola.

Mia mamma non era costretta a lavorare ma era stata una sua scelta: dal paesello montanaro dove al massimo potevi aspirare di portare le vacche al pascolo, decise di scendere nella grande città, per vivere da sola, a studiare per lavorare, per avere una sua vita indipendente. E non  vedeva niente di male in tutto questo, anzi, ha conosciuto mio padre mentre lavorava!!!

Credo che se si potesse sempre scegliere, molti rimarrebbero a casa nel proprio ambiente attorniati dalle proprie cose, piuttosto che uscire di casa all’alba per tornarci al tramonto dopo una giornata di lavoro stancante… Ma perché questa prerogativa DEVE essere concessa alle donne, come se gli uomini non avessero lo stesso diritto!?! Pari opportunità!!! Siamo persone con  potenzialità, tutti meritiamo opportunità, tutti abbiamo diritti e doveri.

Negare anche solo uno di questi principi significa andar contro al progresso acquisito e allora andiamo a riprenderci il carretto trainato dagli asinelli. Non dimentichiamo un bel cappuccio in testa: si intona al razzismo di genere.

 

Gianluca P.

EXTREME IRONING – di Francesca

(Ci invia una nostra amica  questo scritto che condividiamo.)

L’altro giorno, complice un articoletto e un ricordo, è iniziato un viaggio nel tempo. Un viaggio che pensavo fosse INDIETRO nel tempo.

Un viaggio che riporta in auge un modello classico di donna, intramontabile, passe-partout come il beige, come un filo di perle, un filo di trucco, un filo di tacco.

C’era una volta una donna veramente realizzata. Che gestiva in piena autonomia la casa e la numerosissima prole, contando sul sostentamento che l’amorevole marito – sposato in chiesa e con abito bianco – portava debitamente a casa.

Una donna che, a partire dal primo anno di matrimonio, avviava una gravidanza dietro l’altra, fornendo anche il suo supporto mammellare a signore meno fortunate dal punto di vista della produzione latto-casearia, o molto più ricche, e che pertanto non dovevano darsi alla produzione latto-casearia.

Una donna che viveva appieno la sua sessualità: chiudeva gli occhi e mormorava la formula magica “non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio”.

Una donna gourmand: alle sei del mattino il tintinnare di stoviglie e pentole lasciava presagire profumi sopraffini che si sarebbero sprigionati a cena. Che sapeva scegliere il pollo migliore, a colpo sicuro, tra le decine del pollaio e trasformarlo, con pochi gesti sapientemente crudeli, da coccodè ad arrosto (tenendo da parte le piume).

Una donna salutista: che era consapevole della necessità di un unico pasto al giorno, alla sera, per il ritorno al desco familiare del suo sposo e della prole tutta. A lei, a pranzo, bastava un poco di pane e latte.

Una donna orgogliosa e indipendente: chiedeva, con dolcezza, che le venissero lasciati pochi denari per acquistare il pane quotidiano.

Una donna colta e raffinata, con interessi vari, come andare al rosario nel mese mariano e al cimitero al venerdi, sempre che il suo devoto sposo l’accompagnasse.

Una donna ecologista: che sapeva liberarsi della schiavitù degli elettrodomestici, e conosceva il potere sbiancante della lisciva e della cenere, e rendeva le lenzuola di lino immacolate, rigorosamente a mano.  Estate o inverno che fosse.

Una donna attiva ed organizzata: la sua giornata e i suoi interessi non finivano solo perché calava il sole: ricamare, rammendare, riassettare, ripiegare erano gratificanti attività che si svolgevano senza turbare il silenzio del sonno altrui.

Una donna in salute e capace di preservarla, perché tra il veterinario ed il ginecologo, chiaro che, dovendo scegliere in caso di necessità, chiami il veterinario, ché se moriva la vacca era la fame.

Una donna meditativa e filosofa, consapevole del valore del silenzio – il suo – e dell’ascolto di ciò che raccontavano – gli altri.

Una donna alla moda, che si faceva gli abiti da sé, perché aveva davvero buon gusto e le mani d’oro, e una eredità da trasmettere alle figlie femmine. O almeno preparare loro la dote: se non ti sposi che farai da grande???

Ecco… capita che una donna così, qualcuna voglia ancora esserlo, oggi come oggi.

Maledetto l’uomo nella sua più profonda malignità evocò il demone del femminismo perché le donne potessero studiare, lavorare, guadagnare, vivere da sole se lo desideravano, viaggiare, avere figli o meno e … votare!
Che volgarità!

Maledetti – soprattutto – i padri che vogliono occuparsi dei figli, ché altrimenti alle donne tocca uscire di casa e farsi pure una posizione!

E non pago, l’uomo impose le quote rosa, per impedire che le donne potessero realizzare se stesse stirando furiosamente.

TREMATE TREMATE …. Le streghe son arretrate. by Arianna Brambilla ©

Mi è capitato recentemente di leggere una cosa, in rete, a dire la verità mentre cercavo informazioni differenti. Non mi soffermo sul contenuto, anche perché – appunto – lontano da quanto mi interessa.

Tuttavia l’articoletto rimandava uno strano senso di familiarità quindi ho letto fino in fondo .

Era ben lontano da ciò che frequento, e a dirla tutta anche ben lontano da una prosa che per mio gusto possa essere definita accettabile. Questa è comunque   una opinione personale, pertanto inattaccabile, perché fino a prova contraria ognuno ha diritto a pensare quello gli va.

E gira che ti rigira, finalmente nel pensatoio per eccellenza che ogni casa dotata di bagno ha, mi è balenato il perché quell’articoletto mi suonava tanto familiare. E’ stato come fare un viaggio all’indietro nel tempo, ad un ricordo d’infanzia che non praticavo da molto.

Mi ha ricordato un libricino. In brossura, niente di che, la copertina rappresentava una rosa rosa, sproporzionatissima rispetto allo stelo, su uno sfondo azzurrino stinto. Il titolo era stampato in alto, a lettere cubitali nere, in un carattere asciutto e poco accattivante che oggi nessuno userebbe.

Apparteneva – credo ce l’abbia ancora, come “souvenir del tempo – a mia mamma, era uno degli acquisti o regali dei primi tempi del matrimonio e ricordo che a me, da bambina, piaceva sfogliarlo.

E siccome ho imparato a leggere prima di andare a scuola (merito anche di un tempo che fu, in cui non c’era la TV e soprattutto, quando c’era, era limitata alla canonica “un’ora al giorno”) e  non avendo il cervello pastorizzato di cartoni e pomeriggi 1,2,3,4,5 e dovendo ingegnarmi a trovare cose divertenti da fare ogni tanto mi leggevo questo libricino.

Era una sorta di agenda del buon matrimonio, con consigli di ogni tipo che andavano da come smacchiare il tappeto, a come mettersi l’eyeliner, a come accogliere gli ospiti per il “cocktail”. C’erano anche le vignette con giovani sposine ben vestite, con la minigonna e i capelli cotonati, e ciglia lunghissime, e ricordo che a me da bambina sembrava fikissimo pensare che un giorno anche io mi sarei vestita e pettinata cosi. Magari servendo un cocktail.

Se ci ripenso era scritto in toni mielosi e con l’uso di una terza persona impersonale (non saprei come definirlo) che oggi ritrovo solo in pessimi manuali di cucina e – appunto – in quel famoso articoletto che mi ha consentito il viaggio nel tempo.

Frasi fatte, paroloni insoliti (cosi la giovane sposina si sentiva un po’ acculturata, e soprattutto aveva l’impressione di leggere qualcosa di spessore), e un florilegio di consigli che bene o male suonavano cosi: “la Signora avrà cura di….”, “la vera padrona di casa saprà che….”, “la giovane mamma avrà modo di rivolgersi al marito come….”

Devo ammettere che anche il contenuto dell’articoletto in questione, in materia di rapporti familiari, amore e relazioni coi figli all’alba del 2012 si rivolge alle donne con tematiche e linguaggi di un libricino antico. Perché il libricino con la rosa rosa in copertina, ed il titolo “L’agenda della giovane donna” è dei primi anni ’70.

Le rivendicazioni femministe erano fuori da quel libricino e fuori dal soggiorno con moquette verde e me spaparanzata sopra la moquette che leggevo  e coloravo i vestiti delle signore rappresentate. Le rivendicazioni di uguaglianza, libertà dalla scelta obbligata di avere una famiglia, la rivendicazione non essere la sola demandata alla cura dei figli e della casa, la rivendicazione di non dipendere mai e per nessun motivo da un uomo, erano fuori da quel libricino.

E sono sorprendentemente fuori anche da certi articoli veicolati dalla rete oggi, che al propongono alle donne un modello di vita così moderno da essere fuori tempo già 35 anni fa.

Posso ragionevolmente supporre che a breve ritroverò in rete modernissimi articoli diretti alle giovani emancipate donne d’oggi su come si smacchia un tappeto persiano pasticciato dai figli, (con aceto bianco e sale, per la cronaca, da rovescio) di cui devono aver cura, poiché sono loro e solo loro destinate a tale missione.

PS: le cose che mi sono servite davvero nella vita, non stavano sul libricino. Innanzitutto non ho, né posso permettermi un tappeto persiano, odio il Martini e saprei mettermi l’eyeliner con la “virgola” se non fossi cosi miope da rendere l’operazione impossibile senza occhiali e impraticabile con.

Le cose che mi sono servite davvero nella vita sono queste:

leggi la matematica ti servirà sempre;

impara una lingua straniera, meglio due, anzi tre;

tieni in ordine il posto dove lavori;

mangia le cose tipiche del posto dove sei;

non sei obbligata a frequentare le persone che non ti piacciono;

la prima impressione è sempre quella giusta;

se sai cosa vuoi, il problema è risolto;

se ti serve una cosa, compratela;

lavora e non dipendere da nessuno;

non iniziare  una cosa che sai di non poter gestire da sola.

…. Le cose che mi sono servite, le ho imparate da mio padre.

Che a ben vedere è molto più femminista di tante “femministe oggi”.

Il PUBBLICO IMPIEGO della maternità

Il PUBBLICO IMPIEGO della maternità

 di Arianna Brambilla*

Il fatto è della cronaca recente, il titolo sensazionale, il contenuto – se confermato – da vergogna e gogna.

Riassumo da più notizie di carta stampata, comunque tra loro congruenti.

Una dipendente di un ospedale universitario (che è “cosa pubblica”) ha prodotto PER ANNI false dichiarazioni mediche attestanti malattie, gravidanze complicate e maternità inesistenti. Ha pertanto goduto – indebitamente – di ciò che la legge garantisce alle donne in attesa, e ha goduto – indebitamente – degli sgravi fiscali per figli a carico.

Immagino che, per le sue assenze, sia stata sostituita da un “contratto a termine” che viveva e vive con la “Spada di Damocle” sulla testa perché se sostituisci sei solo un/a precario/a e nessuno ti trasforma il lavoro in qualcosa di stabile.

In tempi di vacche magre capita anche che non ti sostituiscano affatto: ci devono pensare i/le colleghi/e. Quelli/e che, magari, tengono davvero famiglia (e casa) ma che devono, per forza di cose, coprire chi è assente, facendo ore e turni in più.

Se il “falso ideologico” – come è stato definito dai NAS – va avanti per anni, non è che siamo proprio in presenza di un momentaneo stato di necessità o di una transitoria perdita della capacità di intelletto poiché occorrono: lucidità (per mantenere in piedi un castello complicato), una non comune capacità di convincimento e una memoria di ferro, oltre ad una buona dose di furbizia o di intelligenza perversa.

Se il “falso ideologico” va avanti per anni siamo in presenza di quello che la gente comune chiama, con invidiabile capacità di sintesi: “presa per il culo”.

Complice – ed altrettanto colpevole – chi non ha vigilato, verificato, ma si è limitato a fingere di non vedere e, prendendo una penna, ha pigramente prescritto e giustificato. Per uno che si approfitta esiste un altro che glielo permette.

Ma, al di là dell’aggiungere un altro tassello alla vergogna di provare a definirsi abitanti di questo Paese, è lo strumento usato per la truffa che dovrebbe far riflettere.

La signora in questione, a quanto pare, ha usato la “maternità” per imbrogliare, fannullare e campare sulle spalle dell’altrui lavoro; situazione che, similmente a prima, l’uomo della strada definisce semplicemente: “RUBARE lo stipendio ed il posto”… a chi è più meritevole.

Ma come… Ma se sono mesi che si celebrano le donne oneste, le donne buone, le donne di qui e di là… che pare, a momenti, quasi un miracolo se non siamo già tutte estinte a suon di femminicidi…. e poi? E POI? Ti trovi di fronte a fatti così?

Le donne buone, le donne oneste, le donne che sono madri… ahhhhh eccolo l’inghippo!!!

Questa truffatrice mica è madre! Dunque ecco come si salva, in corner, la categoria! La signora in questione diventa improvvisamente “una di quelle là” che i figli non ce li hanno (ma certo non si può definire esattamente una “carrierista”). Pertanto trattasi solo di una povera carogna incarognita… ergo, non vi è da stupirsi che si sia comportata così.

Invece c’è da stupirsi eccome: perché la signora sa benissimo di cosa servirsi, sa perfettamente quale sia oggi in Italia l’arma vincente da brandire.

Se dice di essere mamma, se lo sostiene, se lo fa anche e solo semplicemente intuire, la strada diventa improvvisamente facile, facile, facile.

La “maternità” vera (ma anche presunta), come dimostra la cronaca, ammanta di sacro potere e pone in una sorta di immunità: si entra nel mondo dove tutto è dovuto, dove la ragione marcia a senso unico, dove la tutela esiste a prescindere dalla necessità.

Un meccanismo nato, giustamente, per offrire garanzie in un periodo delicato per la salute femminile e per i conseguenti riassesti familiari, si rivela uno strumento che può agevolare il parassitismo, se opportunamente ed astutamente manipolato. In questo caso sul lavoro – in altri casi: nella famiglia separata o divorziata – si tramuta in una serie di ricatti emotivi ed economici di cui si ha quotidiana testimonianza, ormai.

Come detto in precedenza: per un tizio che si approfitta esiste un altro tizio che glielo permette… ma non sempre si tratta di “un tizio” in carne ed ossa.

Il sistema di tutela della maternità è fallace: parte da presupposti (anche da pregiudizi), quindi concede solo ad alcune privilegiate e non ad altre (prima discriminazione), successivamente non vigila, infine è caratterizzato da usanze stantie e consuetudini giuridiche; è sessista, pure. E può essere usato per scopi illeciti.

Colpisce molto anche il fatto che l’abuso di un diritto crei danni ad altre persone, ma questo passa ignobilmente sotto silenzio: solo il danno erariale turba il sonno delle Istituzioni che vanno prontamente – solo in questo caso – a batter cassa.

Ma per i danni morali causati da una persona che si sente in diritto di agire cosi, che sa dell’esistenza di parole che, se pronunciate nelle sedi opportune, garantiscono diritti ed esenzioni, chi si fa avanti per pretendere ammenda?

Il comportamento di questa persona ha danneggiato i colleghi, ma anche un’intera categoria professionale; ha danneggiato le donne e le madri che vivono onestamente. E, soprattutto, è un comportamento che la sua famiglia ha accettato, magari incoraggiato, certamente taciuto.

Se e quando questa signora diventasse madre davvero, che valori etici e sociali trasmetterebbe alla prole?

Il modello offerto da persone così è da considerarsi un impatto devastante per la generazione successiva che assimilerà questi comportamenti come “naturali e familiari”.
Tutto il sistema della tutela della maternità e della obsoleta e fallimentare abitudine a non verificare (e a tutto concedere) va rivisto, e con urgenza, in un’ottica di equità e,  soprattutto, di dignità della persona.

Oggi abbiamo visto una signora che, con l’abuso di potere di una millantata maternità, ha indebitamente sottratto lavoro e stipendio per anni. Non escluderei proprio che ne esista qualcun altra che usi similmente la maternità per trattenere case, stipendi e figli che sono anche di altri.

Può farlo, in fondo: lei è mamma.

* Vice Presidente Associazione DonneContro – Movimento Femminili per la Parità Genitoriale e Vice Presidente Associazione FigliperSempre – Milano Monza e Brianza

Invito – La violenza e le sue varie forme – Stalking

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La violenza e le sue varie forme

Villa Camperio

Via Confalonieri, 55

Villasanta (MB)

Mercoledi

19 Dicembre 2012

Ore 18,30

Introduzione

Avv. Greco Daniela

Presidente “CresciAmoInsieme”

La Violenza e le sue varie forme

Dott.ssa OrsenigoAnnalisa

Psicologa . Mediatrice familiare

La violenza nei suoi aspetti psicologici

La figura dello stalker, come riconoscerlo

Dott. Fiorillo Vincenzo

Pubblico Ministero tribunale Monza

Il reato di stalking e sua prassi applicativa

Avv. Heilegger Heidi Barbara

Avvocato Foro di Milano

La famiglia e la violenza.

Rimedi civilistici contro le violenze familiari

Adriana Tisselli

Giornalista-Presidente Movimento Femminile per la Parità Genitoriale

Stalking – Esperienze fuori dal “comune”

Dott.ssa Nardacchione Diana

Insegnante di autodifesa Femminile CUS Milano

La violenza sessuale: tecniche di difesa

Parliamo di Sanità e documentazioni: il Consenso Informato

La fine della coppia coniugale non significa la fine della coppia genitoriale: questa in sintesi il presupposto su cui si fonda la norma sull’affido condiviso.

Che queste fondamenta solide siano disattese preferendo continuare a costruire fragili palafitte di affidi monogenitoriali, realizzati attraverso la figura giurisprudenziale (e non normativa) del genitore collocatario che ha il pieno “appalto” del figlio, fa il paio con la tradizione di abusi edilizi tipicamente italiana.

In attesa di un “condono familiare” moltissimi genitori non collocatari devono navigare a vista destreggiandosi tra una selva di norme non chiare e confidando nella collaborazione dell’ex coniuge. Collaborazione che – lo ricordiamo – è sempre e comunque nel bene dei ragazzi.

 

Chi vive la condizione di “separat* con figli” può essersi trovato di accompagnare il minore per una visita medica, un ricovero o di essere informato dall’altro genitore della situazione (o non informato – e speriamo siano solo eccezioni, anche se ben sappiamo come stanno le cose in alcuni casi).

Trattandosi di pazienti minorenni il medico deve acquisire il consenso informato obbligatorio per legge rivolgendosi ai genitori per la firma sul documento. Senza la firma del consenso informato il medico non può procedere, fatte salve le condizioni di immediata necessità e pericolo di vita per il paziente.

Cosa dispone la norma a proposito dei consensi informati in tale caso?

Il Codice Civile sancisce che la tutela/potestà sui figli è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori (art. 316, comma 2, CC) o da un solo genitore nei casi in cui l’altro genitore sia morto o decaduto o sospeso dalla potestà.

Nei casi di comuni trattamenti medici (visite, medicazioni, ecc.) può essere  sufficiente il consenso di uno solo dei genitori. Questo poiché si considerano questi fatti come atti di ordinaria amministrazione che possono essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore (art. 320 CC). In questi casi il consenso comune è considerato implicito.

 

Situazioni mediche più impegnative che richiedano la somministrazione si sostanze per le quali è necessario un consenso (es mezzi di contrasto o farmaci innovativi) o qualora siano necessarie manovre invasive (interventi e medicazioni avanzate) è necessario il consenso esplicito di entrambi i genitori.

Il caso più semplice ed ovvio è che il minore venga accompagnato da entrambi i suoi genitore e che entrambi siano d’accordo. In questo caso il medico acquisisce il consenso congiunto e procede.

 

NB Il consenso comune è sempre necessario in caso di genitori separati o divorziati o non conviventi, in base al principio che le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute sono assunte di comune accordo (art. 155, comma 3, e 317, comma 2 – CC).

 

 

Poiché il diritto alla salute è primario, l’assenza o l’impossibilità di uno dei due genitori a rilasciare il consenso, (perché ad esempio lontano, impossibilitato a sua volta da condizioni di salute o di lavoro) non può essere una ragione sufficiente per non procedere, e d’altro canto non è prudente sospendere i trattamenti in attesa dell’altro genitore col rischio di generare una situazione di urgenza.

In questi casi è prevista l’acquisizione del consenso del solo genitore presente e capace (art. 317, comma 1 CC). 

 

In queste situazioni il problema, che anche medici e strutture ospedaliere hanno chiaramente percepito, è  quello della prova che l’altro genitore sia effettivamente lontano, impedito o incapace e perciò non possa prestare il consenso.

Acquisire tale prova potrebbe essere semplice: il genitore lontano potrebbe essere contattato telefonicamente ed invitato a mandare un fax in cui con firma autografa esprima il suo parere e confermi la difficoltà ad essere fisicamente presente.

Ove tale prova manchi, occorre, su ricorso dell’altro genitore, di un parente o del pubblico ministero dei minorenni, un provvedimento del Tribunale per i minorenni che sostituisca il consenso mancante dell’altro genitore.

Al fine di semplificare e snellire questa fase, si propone che il genitore presente compili e sottoscriva sotto la sua responsabilità un autocertificazione, attestante la condizione di lontananza o impedimento dell’altro genitore, che deve essere conservato insieme al modulo di consenso.

 

Certo è possibile che nel caso di genitori malevoli o “sottrattivi”  che impediscano o ostacolino la regolare frequentazione del minore con l’altro genitore, vengano negate informazioni essenziali. In alcuni casi per sostenere la tesi che l’altro sia una figura assente. Si sottolinea che le dichiarazioni mendaci sono punibili ai sensi di legge; a tale fine si ricorda che la Cartella Clinica è un atto pubblico, soggetto a controlli da parte degli organi amministrativi regionali, e che la falsa dichiarazione di lontananza o irreperibilità di un genitore è assimilabile al “falso in atto pubblico”.

 

Questo aspetto tra l’altro solleva questioni anche per i presidi sanitari che debbono tutelare se stessi ed i propri dipendenti anche dal punto di vista medico legale. L’attitudine diffusa è quella di avere sempre i due consensi o una attestazione olografa o certificata che motivi l’assenza rilasciata dal diretto interessato.

 

dott.ssa Arianna Brambilla