La rana e lo scorpione

Uno scorpione doveva attraversare un fiume ma, non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto.

Così, con voce dolce e suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda.

La rana gli rispose “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!

E per quale motivo dovrei farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!”

La rana stette un attimo a pensare e, convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.

A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena e capì di essere stata punta dallo scorpione.

Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto.

Perché sono uno scorpione…” rispose lui “E’ la mia natura

 

L’origine e l’autore di questa favola non sono noti.
Variazioni della favola appaiono dell’Africa occidentale e nei racconti popolari europei.
La storia è spesso attribuita a Esopo; tuttavia, nelle sue favole, appaiono solo delle variazioni.
Uno studio pubblicato in una rivista tedesca nel 2011 indica una connessione tra la genesi della fiaba e la tradizione del Panchatantra, una raccolta di favole di animali risalenti all’India del III secolo a.C.

[fonte: Wikipedia]

Annunci

Buon 8 marzo: perché l’amore non si divide, ma si moltiplica.

“Se adesso mi faccio male vedrai quanto si arrabbia con te papà”: è stato questo il tuo benvenuto, in piedi sulla vasca da bagno, pronto per saltare giù. Avevi cinque anni ed il futuro era un grande punto interrogativo. Ma amavo il tuo papà ed il rosso era il nostro colore preferito, adoravamo il pollo con le patatine fritte e la maionese ed avevamo entrambi una curiosa riga sul naso che compariva ogni tanto, senza un perché. Mi sembrava una buona base di partenza.

Incontrare una persona separata con un figlio apre una voragine di pensieri inattesi. Perché è equilibrismo allo stato puro ed il rapporto incredibilmente denso che avevi – e hai tuttora con il tuo papà – mi faceva una gran paura. C’è stato poi un vestito estivo stropicciato a forza di averti in braccio; il complimento più bello che abbia mai ricevuto in tutta la mia vita; le tue manine fumanti in inverno che si allungano verso le mie, mentre dici con un tono fintamente sdegnato: “Dammi qua che te le scaldo”. E ho capito che non c’era niente da avere paura. Perché l’amore non si divide, ma si moltiplica.

Sei un compagno d’avventura speciale, capace di sciogliere con semplicità le questioni più complicate. Come quando hai risposto ad uno sconosciuto che mi cercava al cellulare: “Aspetta che te la passo. Chi sono io? Un suo grande amico”.
Per me – che ho passato anni a chiarire, a precisare, a giustificare, a trovare le definizioni corrette per non urtare la sensibilità di nessuno – è stato sorprendente.
Ed è stato proprio quando ho smesso di pensare, che è stato possibile sentire.
E’ quando ho smesso di vedere se mi davi un bacio oppure no prima di andare, che non ne hai più dimenticato nemmeno uno.
E’ stato da quando ho smesso di temere il tuo giudizio – perché è vero che siamo amici, ma è anche compito mio darti delle indicazioni – che te ne esci con frasi capaci di far fare al mio cuore mille capriole.

Perché scrivere questo post? Perché vorrei che chi si trova in una situazione simile alla mia – o magari più difficile, perché non tutti sono fortunati come lo sono stata io – sapesse che c’è sempre un momento in cui la vita restituisce l’amore dato. Con gli interessi.
E perché vorrei dire a chi ancora se ne esce con un “mi dispiace, non lo sapevo” – quando spiego che non sei mio figlio – che non c’è niente di cui dispiacersi. Perché l’amore di un bambino nei confronti dei propri genitori è praticamente scontato.
Il nostro invece l’abbiamo costruito insieme pezzetto per pezzetto. Con qualche fatica e tante risate.

[Autrice: Silvia Conotter]

Su “F” una lunga intervista sulle matrigne a Laura Pigozzi

La matrigna non ci fa più paura. Perché può aiutarci a diventare donne molto sicure.

Non è la prima moglie né la madre naturale. Spesso è al centro di guerre familiari, quasi sempre è considerata dalla ex una pericolosa rivale. E, invece, per una ragazza, è capace di rivelarsi una preziosa alleata. Perché sa dirle no al momento giusto e insegnarle i segreti della femminilità. A patto, però, che gli adulti sappiano gestire i loro ruoli. Ne parliamo con la psicoterapeuta Laura Pigozzi.

F - 20 settembre 2013

articolo pte1

articolo pte2

articolo - pte3

Cosa c’è che non va nel Decreto Legge sul femminicidio – parte seconda

[articolo ripubblicato con il permesso dell’autrice]

Se solo la magistratura applicasse la legge: la questione dibattuta del femminicidio.

Lo scarso rispetto di un Governo per i suoi elettori si dimostra dalle modalità con cui legifera come quella di scegliere l’estate e il basso profilo per far passare normative di serio interesse sociale senza dibattito, nello stesso modo subdolo in cui, a suo tempo, passò il fiscal compact.
L’impressione, sempre più confermata, è che dal 1994 in poi i Governi in Italia legiferino senza studiare il contesto culturale, sociale ed economico in cui si inseriscono le situazioni da regolamentare, ma operino solo cavalcando l’onda emotiva al fine di facili consensi elettorali. Il principio secondo cui “la legge è uguale per tutti” non ammette interpretazioni soggettive.
In questi giorni la Boldrini apre la Camera per far passare la legge sul femminicidio.
Alcune osservazioni vanno fatte al riguardo.
Se le statistiche mostrano un incremento negli ultimi anni di omicidi dove la vittima è persona di sesso femminile il metodo scientifico ci insegna che vanno studiate le premesse del problema.
Lo Stato che ad una emergenza criminale risponde con una sanzione dimostra chiaramente di NON SAPER GARANTIRE L’ORDINE SOCIALE, abdicando alla sua funzione primaria, dichiarando, assieme alla sua manifesta debolezza, la sua INUTILITA’ o addirittura inesistenza.
L’iter legislativo dovrebbe partire dallo studio del fenomeno sociale che metterebbe in luce come alla base di crimini di tale efferatezza spesso ci siano situazioni di disagio provenienti o da separazioni gestite male non soltanto dai loro protagonisti, ma anche dalle Istituzioni e dalla magistratura, situazioni che spesso sono frutto di immaturità o incapacità a gestire relazioni interpersonali, oppure riguardano vicende che si dipanano in contesti culturali i quali attingono ad abitudini, educazione, orientamenti religiosi estranei e diversi da quelli del Paese ospitante. Una legislazione seria, pertanto, non interviene reprimendo, ma interpretando ed educando.
Pertanto, posto che in Italia sin dai tempi del Beccaria si è scelto quale base del sistema penale il principio garantista, una volta condiviso da una sinistra più acculturata di questa odierna, il cosiddetto principio della “RIEDUCAZIONE DEL REO”, varare una normativa semplicemente punitiva e gravemente afflittiva sotto il profilo della sola pena, fingendo di ignorare che, sotto il profilo giuridico esistono già gli strumenti per reprimere ed evitare il delitto, significa “lavarsi le mani” rispetto al problema, scaricando ogni responsabilità sulla magistratura e sull’avvocatura, lasciando irrisolto il problema di base.
L’omicidio volontario è fattispecie idonea a punire l’omicidio stradale, come pure l’assassinio delle donne: basta solo applicare la legge e considerare le circostanze aggravanti. In realtà, questa operazione legislativo-elettorale è propedeutica a far passare la legge contro l’omofobia.
Essa si pone sotto il profilo costituzionale quale discriminatoria di genere, come se uccidere una donna sia più grave di uccidere un uomo.
Il problema è sociale, il problema è sociologico, oltreché economico.
Occorre che si prevengano determinati crimini intervenendo sulla sfera economica, evitando l’aggravarsi ed il formarsi di situazioni di degrado sociale in cui si realizzano tali fattispecie.
Occorre intervenire sull’aspetto sociologico, preparando le istituzioni e approntando programmi di educazione e recupero dei rapporti interpersonali tramite le ASL, i consultori, la scuola, potendo pagarne i costi con i proventi di uno Stato Sociale che può fare profitto, come sostiene il Coordinamento per la Sovranità Nazionale.

Perché uno Stato di diritto risolve i problemi dei suoi Cittadini, interpretando i malesseri sociali sui quali interviene, non bastonando chi è già agonizzante e in tal modo potendo ottenere l’effetto contrario di fomentare l’odio, ciò che sembra essere sempre più spesso il risultato di questi ultimi governi.

La Primula Nera

[ Fonte originale: qui ]

Sempre COLPEVOLE “in quanto uomo”

Riceviamo e volentieri (si fa per dire, visto il contenuto del racconto…) pubblichiamo.

COMUNQUE COLPEVOLE: pena di genere.

Come posso proclamare la mia innocenza al cospetto di reati talmente gravi che mi vedono indagato da oltre due anni, con “la madre” parte lesa?

Ho ottenuto l’inimmaginabile, per essere solo un uomo, solo un padre.

Cronologia

Dopo aver subito per un anno percosse e offese di ogni tipo, nel gennaio 2011, vengo aggredito con mio figlio in braccio, difendo lui e allontano con un morso e una spinta “la madre”, dopo un anno mi viene commisurata la pena a 4 mesi per lesioni personali (582); il certificato di pronto soccorso, oltre a diagnosticare il danno procuratomi, cita “strie iperemiche analoghe precedenti emivolto sinistro, presumibilmente di analoga natura precedenti”.

Nessun testimone, le è bastato dichiarare che l’ho aggredita, per vedersi archiviata la mia querela, legittima difesa.

Prosegue la convivenza, nel marzo del 2011 altra querela per un pugno al volto, presentata a mia insaputa, che io le avrei sferrato in presenza dei figli (della sua precedente unione), nessun certificato medico, nessuna percossa, ecchimosi altro.
Convocato in questura produco oltre 20 foto del giorno successivo alla presunta aggressione, che ci ritraggono serenemente abbracciati e giocosi in un giardino pubblico alla presenza dei di lei figli e di nostro figlio, evidente l’inesistenza del pugno.
Lei ritira la querela, io accetto la remissione.

Prosegue la convivenza, periodi di serenità ed intimità, week end lunghi. etc. intervallati da qualche discussione, avendo lei capito che non sono più disposto a proseguire simile relazione.

Arriviamo ad un pomeriggio di giugno: tornato da lavoro, le comunico che ho appurato la presenza di altre figure maschili nella sua vita privata già dal mese di aprile (due le contatto personalmente, della terza lo scopro ad agosto).
Alle ora 22:40 mentre ero a letto, nello stato di dormiveglia, e con mio figlio accanto, vengo di nuovo aggredito al volto e insultato pesantemente.
Per questo episodio sporgo querela, senza produrre certificato di pronto soccorso; lei verrà successivamente rinviata a giudizio per percosse ingiurie e minacce (con 81 continuato).

La mattina successiva arrivato in ufficio, il mio titolare mi invita a tornare a casa.

Dormo il venerdi sul divano deciso ad andare via il sabato, non prima di essermi recato in questura, con mio figlio ove aggiorno il vice questore. La mattina stessa “la madre” fa richiesta di ammonimento da stalking contro la mia persona  (612 bis), archiviata con non luogo a procedere alla richiesta stessa, dopo aver prodotto memorie difensive, all’unità anticrimine competente. nessun ammonimento, restrizione etc.

Lei inizia a non farmi vedere mio figlio, quando mi reco a casa, se la trovo, non apre la porta e chiama la forza pubblica.
Quando è “apparentemente” lucida, comunichiamo. Mi dice: “Tu non puoi essere qua, mi crei ansia e paura” (sino al giorno prima mi invia sms amorevoli), chiama le forze dell’ordine, io aspetto sempre il loro arrivo.

Successivamente le chiamerò io almeno 10 volte, ribadendo il mio diritto a stare con mio figlio.

Vengo nel frattempo riconvocato all’unità anticrimine, mi viene detto: “Signor X questo è stalking” io rispondo: “No questa è sottrazione di minore“. Non la seguo, non la minaccio, ecc ecc. Lei stessa, riconvocata all’anticrimine, dichiara di non aver subito minacce, di non essere stata inseguita ecc dal sottoscritto.

Arriviamo ai primi di settembre, non vedo mio figlio dalla fine di giugno, non so nulla di lui; ripetute quanto inutili comunicazioni tra legali; “la madre” pensa bene di farsi un pò di vacanza, con lei nostro figlio. Saputo da una parente il luogo di villeggiatura (a casa di un amico), prima avverto la questura competente chiedento l’intervento della volante per accertrele condizioni di mio figlio, spiegando che non c’era nessuna disciplina relativamente all’affidamento, ai diritti di visita, altro.

Alla risposta dell’agente incaricato: “Se è con la madre va bene“, dopo avergli spiegato la sua totale ignoranza in materia di sottrazione dei minori, mi allontanavo salutando con il più classico: “Ma vai a ca**re“.

Direttomi presso la civile abitazione, con videocamera accesa, mi veniva concesso di entrare e fare due chiacchiere con “la madre”, nel giardino subivo l’ennesiva aggressione al volto, dopo comunque che mi veniva offerto un caffè “dall’amico”, che silente ed in disparte assisteva alla discussione, cordialmente salutavo.

L’indomani mi presentavo spontaneamente presso l’unità anticrimine, e producevo video e foto attestanti l’effettiva sottrazione di minore; mi sentivo risponder:e “questo è stalking!” e rispondevo: “Bene, arrestatemi, a mio avviso continua la sottrazione di minore e voi siete complici di quanto sta accadendo“. Era un giorno di settembre 2011; lo stesso giorno veniva archiviato il procedimento come non luogo a procedere alla richiesta.

Nei giorni successivi continuavo a fare richiesta di intervento al 112 e 113 per farmi vedere mio figlio, essendo questo un mio diritto, almeno una volta al giorno. Un giorno di settembre mi recavo di nuovo a casa, verso le 09:30, chiaramente sempre pre-avvertendo la forza pubblica delle mie intenzioni; suonato il campanello e apertasi la porta, mio figlio, alla mia vista, mi correva incontro; io lo prendevo in braccio e comunicato “alla madre” che lo avrei riportato alle 17:00 mi dirigevo verso il parcheggio.

Lei, venendomi dietro, minacciava di farmi arrestare e di chiamare la forza pubblica; io replicavo dicendole che li avevo gia avvertiti ma che di mattina erano impegnati; lei provava a richiamare, essendo decisa a non fare stare insieme padre e figlio neanche mezza giornata.
Mi comunicava che stavano arrivando.

Mio figlio era sempre in braccio a me ed io cercavo di distrarlo; “la madre” lo rivoleva a tutti i costi e iniziava cosi un girotondo intorno alla macchina, ogni tanto lei dava qualche pugno sul tetto e si metteva seduta sul cofano.
Dal portabagagli estraevo la prima bicicletta di mio figlio che avevo in macchina da circa due mesi; lei la la afferrava e me la scagliava contro colpendomi tra il collo e l’orecchio, contestualmente mi graffiava il volto e, strappatami la camicia, non solo mi prendeva a calci, ma si scagliava pure violentemente verso la macchina prendendola pure a calci e pugni.
Io stavo  immobile con mio figlio in braccio e impaurito, mentre “la madre” mi percuoteva: rimanevo fermo e ringraziavo, dentro di me, il Signore che mi dava tanta forza.

Intervenuta la volante, dicevo loro le mie intenzioni, dopo la ferma opposizione della madre che sosteneva ch,e essendo io matto, non avrei riportato mio figlio; veniva avvisato il PM della Prcura dei Minori che mi “invitava” a “lasciare il figlio alla madre“, convocandoci entrambi per il lunedi successivo.
Non potevo, di fronte ad un PM, non ottemperare.

Per questo episodio ho sporto regolare querela e “la madre” è stata rinviata a giudizio per lesioni colpose ingiurie e minacce (con 81 continuato).

Contestualmente presentavo due diverse querele di sottazione di minore (574) per due periodi diversi, dimostrando con copiosa documentazione la ferma volontà della madre ad utilizzare mio figlio come strumento finalizzato a misure restrittive nei miei confronti, spiegando la dinamica dello stalking indotto.

Dopo un anno venivano archiviate con la motivazione che la situazione psicologica della signora non potevano far pensare la volontarietà
della stessa di commettere un reato.

Il lunedi successivo “la madre” presentava querela per stalking presso la Procura del Tribunale e “la nonna” pure regolare querela contro la mia persona per minacce generiche, ingiurie, appostamenti e inseguimenti, nonchè minacce di morte per l’intero gruppo parentale (figlia marito e nipoti) sostenendo che avevano paura ed erano oramai costretti a vivere uno stato di semireclusione.

Circa un anno dopo la querela veniva archiviata in quanto il GIP riteneva che io mi fossi recato presso l’abitazione della madre solo per vedere mio figlio, insomma solo per avvalermi di un diritto.

La querela della madre invece sino a giugno 2013 non ha avuto nessun riscontro: dunque nessun ammonimento, restrizione alcuna, avviso di garanzia o altro.

A seguito delle ripetute telefonate “della madre” che descriveva atteggiamenti da me assunti, ed in base evidentemente al copioso fascicolo presentato, ad oggi sono in regime di 415 bis (devo produrre memorie), difendendomi da accuse che mi descrivono come un orco malato, psicopatico e potenziale assassino!!!

I reati che mi vengono contestati sono di stalking (612 bis), violenza privata (610) perchè sotto al minaccia di ucciderla l’avrei obbligata a rimettere al querela e maltrattamenti in famiglia (572), per un episodio per cui comunque avevo gia ricevuto ingiusta condanna.

Altro capitolo è quello del Tribunale dei minorenni, delle CTU, degli assistenti sociali, ecc ove non c’è una riga una ove vengo descritto come pericoloso maltrattante ecc, solo come un gran rompico****ni che, nonostante tutta la m***a che ha mangiato non si è arreso all’abuso – questo si continuato! –  messo in opera dalla madre e dal suo legale.

Ad oggi mio figlio e la casa non sono stati ancora “aggiudicati” essendo questo stato affidato ai servizi sociali e collocato presso la casa (indovinate chi e come ha evitato la casa famiglia?) dove vive serenamente con fratelli ecc.

Il regime di 415 bis è partito dopo che “la madre” telefonicamnte comunicava che avevo mandato una mail ingiuriosa e offensiva nei suoi confronti ad una sua parente (email già verificata come inesistente) e che avevo telefonato non so bene a chi e che mi sarei recato “ultimamente” a casa con i carabinieri (già verificato come falso).

Dall’ottobre del 2011 vedo mio figlio una volta a settimana per 1 ora(salvo vere e presunte malattie) grazie al servizio di spazio neutro, monitorato nella relazione.

Nell’estate scorsa, dopo l’inizio della CTU (ove mi sono presentato senza CTP, motivando la scela) “la madre” evidentemente vistasi in difficoltà mi lasciava spontaneamente “il figlio” per oltre un mese, piu ore al giorno, e in alcuni casi anche di notte: lei stessa mi frequentava “in giro” e presso la mia abitazione oltre quello che può essere considerato un consono orario serale, o andando a fare qualche pic nic in XY.

Lei stessa dichiarava: “Ero felice che le cose stessero andando per il meglio, Y era felicissimo di stare con il padre, quando lo riprendevo descriveva entusiasta la giornata, anche io ero tranquilla e felice.”

Di diverso avviso era il “deviato” CTU che descriveva la madre come non capace di discernere le reali necessità del figlio, di pensare esclusivamente alle sue impellenti necessità ludiche, di non rispettare le disposizioni del tribunale maturate proprio sulla scorta delle sue allegagioni (padre violento, psicopatico, assuntore di pesanti psicofarmaci ??? ecc), la quale “madre”, è bene ricordarlo, con tre diverse istanze richiedeva e richiede tutt’ora un affido esclusivo.

Al momento, sono sprovvisto di legale difensore, avendomi il mio comunicato che non se la prende la responsabilità di difendermi e vedermi comunque andare in galera. E’ evidente che è solo una scusa, avendo io terminato ogni minima risorsa economica dopo due anni di legali, tribunali, CTU, ecc. Non posso certo garantirgli il giusto compenso!

Non solo la galera sarebbe una beffa, dopo che gli organi competenti ed indaganti mi hanno permesso di circolare liberamente, nonostante tutto, se solo fossero vere anche solo un terzo le accuse rivoltemi “dalla madre”; è del tutto evidente che le autorità non hanno di fatto tutelato l’incolumità “della madre”, dei suoi genitori e dei di lei figli. Anche una qualsivoglia minor condanna stessa sarebbe una beffa, basandosi solo sulle prove testimoniali del teste accusante dei genitori e di due parenti, falsamente testimoni “presenti ai fatti”.

In conclusione, e per farvi tranquillizare relativamente all’inesistenza del mostro descritto, riporto una testimonianza “della madre” della primavera 2011, dunque a poche settimane dalla nostra separazione, la quale dichiarava con riferimento all’episodio che mi ha visto condannato gennaio 2011, dopo essere stato aggredito: “Mai prima e mai sino ad oggi si erano verificati e si sono verificati episodi ove X mi percuoteva.”

Come scrissi all’unità anticrimine, anticipando degli eventi che poi si sono puntualmente verificati, tutto questo castello di menzogne è strumentale e finalizzato 1) all’ottenimento di congruo assegno di mantenimento 2) ad essere collocataria prevalente del figlio minore tale da potersi tenere anche la casa che – è bene sottolinearlo – è di oltre 200 mq, oltre a giardino e corte.
Insomma è il ripetersi di una situazione che già la vedeva  vincente a seguito di separazione da un precedente marito.

Molteplici potrebbero essere le considerazioni da fare ma oramai, dopo due anni di condivisioni con molto padri, con molte madri ecc lo ritengo assolutamente inutile.

Inutile sottolineare che i reati imputati  “alla madre”sono dei veri e propri regali in quanto accaduti in presenza del figlio ed in ambito familiare: non solo sono da ritenersi lesioni volontarie e percosse ma soprattutto sarebbero da ritenersi  violenze domestiche e atti persecutori, per non parlare poi della sottrazione “casualmente” avvenuta dopo la richiesta di ammonimento.
Dunque non come descrive il PM “inconsapevole di commettere un reato“, ma invero premeditatamente consapevole e di quello che faceva e certa dell’assolutà impunità di cui avrebbe goduto in quanto “donna” e in quanto “madre”.

Ma non vi preoccupate: da mio figlio mi separerà solo la morte, e sinceramente mi sembra ancora un tantino prematura.

Dopo il divorzio scatta la voglia del ritocco ed è boom di interventi

(fonte : http://lifestyle.tiscali.it/bellezza/feeds/13/05/20/t_42_20130520_bellezza_W001_0001.html?chirurgia_estetica)

(LaPresse) – Sono in aumento gli interventi post divorzio: le donne reduci da separazioni difficili si rivolgono sempre più alla chirurgia estetica per dare un taglio con il passato e ricominciare una nuova vita da single.
E’ quanto emerge da uno studio condotto dall’Associazione Donne e Qualità della vita della psicologa Serenella Salomoni, su un campione di 240 donne di età compresa tra i 30 e i 55 anni separata legalmente.
Il 30% delle intervistate ha ammesso di utilizzare l’assegno di mantenimento corrisposto dal coniuge per ricorrere al bisturi e cambiare il proprio aspetto esteriore.
Addirittura risulta che questa voce di spesa per la maggioranza del campione statistico risulta prioritaria rispetto al pagamento dell’affitto o della rata del mutuo (24%), alle sedute dallo psicologo per superare il trauma della separazione (12%) o alla possibilità di viaggiare (5%), mentre il 25% ammette di spendere per le necessità dei figli anche il mantenimento che spetta loro dal divorzio.
Secondo l’indagine viene alla luce un boom del ritocco dopo il divorzio da parte del mondo femminile.
Un modo, forse, per risollevare l’animo, per sentirsi più belle e pronte a riconquistare.
In America questo fenomeno è stato chiamato ‘chirurgia plastica di rivincita’.
“Dopo aver bussato alla porta del proprio avvocato, un numero crescente di donne si dirige da Bedford Drive a Beverly Hills alla ricerca di un chirurgo estetico” sostiene il dottor Renato Calabria, chirurgo plastico e membro dell’American Society of Plastic Surgeons e docente presso Department of Plastic Surgery at the University of Southern California.
“E indovinate chi paga il conto? Il marito infedele”, afferma il chirurgo.
Ma la tempistica dell’intervento deve essere perfetta per riuscire ad addebitare la parcella all’ex marito fedifrago.
“Una cliente – racconta Calabria – non aveva programmato i tempi giusti: i suoi alimenti provvisori sono stati tagliati un giorno prima dell’intervento e così è stata costretta a rimandarlo. Non l’ho più rivista”.
Per alcune donne la chirurgia è una sferzata di energia, si sentono più giovani non solo nel corpo ma anche nello spirito.
Infatti, come nel caso delle celebrità, Demi Moore e Madonna per fare un esempio, sono donne che piacciono anche a uomini più giovani di loro.
Ma quali sono gli interventi post divorzio maggiormente richiesti?
Negi Stati Uniti la classifica dei ritocchini ‘della rivincita’ vede al primo posto la mastoplastica additiva, seguita nell’ordine da addominoplastica, liposuzione, blefaroplastica, lifting e, per ultimo, sollevamento del seno.
L’identikit delle donne che ricorrono a questi interventi è quello di una 50enne di ceto medio alto, non necessariamente lavoratrice, che sceglie prevalentemente il lifting al viso e al seno oppure si indirizza verso
l’addominoplastica.
Gli uomini invece dopo il divorzio vogliono il lifting al collo o la liposuzione.

20 maggio 2013