Cosa c’è che non va nel Decreto Legge sul femminicidio – parte seconda

[articolo ripubblicato con il permesso dell’autrice]

Se solo la magistratura applicasse la legge: la questione dibattuta del femminicidio.

Lo scarso rispetto di un Governo per i suoi elettori si dimostra dalle modalità con cui legifera come quella di scegliere l’estate e il basso profilo per far passare normative di serio interesse sociale senza dibattito, nello stesso modo subdolo in cui, a suo tempo, passò il fiscal compact.
L’impressione, sempre più confermata, è che dal 1994 in poi i Governi in Italia legiferino senza studiare il contesto culturale, sociale ed economico in cui si inseriscono le situazioni da regolamentare, ma operino solo cavalcando l’onda emotiva al fine di facili consensi elettorali. Il principio secondo cui “la legge è uguale per tutti” non ammette interpretazioni soggettive.
In questi giorni la Boldrini apre la Camera per far passare la legge sul femminicidio.
Alcune osservazioni vanno fatte al riguardo.
Se le statistiche mostrano un incremento negli ultimi anni di omicidi dove la vittima è persona di sesso femminile il metodo scientifico ci insegna che vanno studiate le premesse del problema.
Lo Stato che ad una emergenza criminale risponde con una sanzione dimostra chiaramente di NON SAPER GARANTIRE L’ORDINE SOCIALE, abdicando alla sua funzione primaria, dichiarando, assieme alla sua manifesta debolezza, la sua INUTILITA’ o addirittura inesistenza.
L’iter legislativo dovrebbe partire dallo studio del fenomeno sociale che metterebbe in luce come alla base di crimini di tale efferatezza spesso ci siano situazioni di disagio provenienti o da separazioni gestite male non soltanto dai loro protagonisti, ma anche dalle Istituzioni e dalla magistratura, situazioni che spesso sono frutto di immaturità o incapacità a gestire relazioni interpersonali, oppure riguardano vicende che si dipanano in contesti culturali i quali attingono ad abitudini, educazione, orientamenti religiosi estranei e diversi da quelli del Paese ospitante. Una legislazione seria, pertanto, non interviene reprimendo, ma interpretando ed educando.
Pertanto, posto che in Italia sin dai tempi del Beccaria si è scelto quale base del sistema penale il principio garantista, una volta condiviso da una sinistra più acculturata di questa odierna, il cosiddetto principio della “RIEDUCAZIONE DEL REO”, varare una normativa semplicemente punitiva e gravemente afflittiva sotto il profilo della sola pena, fingendo di ignorare che, sotto il profilo giuridico esistono già gli strumenti per reprimere ed evitare il delitto, significa “lavarsi le mani” rispetto al problema, scaricando ogni responsabilità sulla magistratura e sull’avvocatura, lasciando irrisolto il problema di base.
L’omicidio volontario è fattispecie idonea a punire l’omicidio stradale, come pure l’assassinio delle donne: basta solo applicare la legge e considerare le circostanze aggravanti. In realtà, questa operazione legislativo-elettorale è propedeutica a far passare la legge contro l’omofobia.
Essa si pone sotto il profilo costituzionale quale discriminatoria di genere, come se uccidere una donna sia più grave di uccidere un uomo.
Il problema è sociale, il problema è sociologico, oltreché economico.
Occorre che si prevengano determinati crimini intervenendo sulla sfera economica, evitando l’aggravarsi ed il formarsi di situazioni di degrado sociale in cui si realizzano tali fattispecie.
Occorre intervenire sull’aspetto sociologico, preparando le istituzioni e approntando programmi di educazione e recupero dei rapporti interpersonali tramite le ASL, i consultori, la scuola, potendo pagarne i costi con i proventi di uno Stato Sociale che può fare profitto, come sostiene il Coordinamento per la Sovranità Nazionale.

Perché uno Stato di diritto risolve i problemi dei suoi Cittadini, interpretando i malesseri sociali sui quali interviene, non bastonando chi è già agonizzante e in tal modo potendo ottenere l’effetto contrario di fomentare l’odio, ciò che sembra essere sempre più spesso il risultato di questi ultimi governi.

La Primula Nera

[ Fonte originale: qui ]

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Cosa c’è che non va nel Decreto Legge sul femminicidio – parte prima

Lasciamo all’antica saggezza di Fedro spiegare quale abnorme rischio porterebbe con sè un Decreto Legge così mal concepito.


LUPUS ET AGNUS

Ad rivum eundem Lupus et Agnus venerant siti compulsi: superior stabat Lupus, longeque inferior Agnus: tunc fauce improba latro incitatus jurgii causam intulit. Cur, inquit, turbulentam fecisti mihi istam bibenti? Laniger contra timens, qui possum, quaeso, facere quod quereris, Lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor. Repulsus ille veritatis viribus, ante hos sex menses male, ait, dixisti mihi. Respondit Agnus: equidem natus non eram. Pater hercle tuus, inquit, maledixit mihi. Atque ita correptum lacerat injusta nece.
Haec popter illos scripta est homines fabula, qui ficti caussi innocentes opprimunt.


IL LUPO E L’AGNELLO

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, si ritrovarono a bere nello stesso ruscello.
Il lupo era più a monte, mentre l’agnello beveva a una certa distanza, verso valle.
La fame però spinse il lupo ad attaccar briga e allora disse: “Perché osi intorbidarmi l’acqua?”
L’agnello tremando rispose: “Come posso fare questo se l’acqua scorre da te a me?”
“E’ vero, ma tu sei mesi fa mi hai insultato con brutte parole”.
“Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato”.
“Allora” riprese il lupo “fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie”.
Quindi saltò addosso all’agnello e se lo mangiò.
Questo racconto è rivolto a tutti coloro che opprimono i giusti nascondendosi dietro falsi pretesti.

GUARDATEVI DAI “LUPI”… E ANCHE DALLE “LUPE”

Lettera alla lettera di Repubblica: la mia vita liberata dall’amore violento

Dopo una pausa dall’articolo dove la nostra amica parlava dell’allattamento che ci ha portato anche uno scambio vivace, postiamo un richiamo dal blog di un’altra carissima amica.

L’argomento che tratta è quello della violenza alle donne, tema che qui abbiamo già toccato altre volte qui qui qui qui qui qui e qui.

Un argomento per noi di sicuro interesse in quanto assistiamo quotidianamente alla violenza sulle donne, ricevendola.

Oggi ospitiamo in questo post un articolo da questo blog

Ecco l’incipit

Scrivo alla lettera perché, al di là dello sfogo della donna che ha consegnato lo scritto ad una testata giornalistica, poi è pur sempre quella testata che decide di usarla attraverso una strategia comunicativa per orientare l’opinione della gente in una certa direzione. E dico questo perché faccio comunicazione anch’io, creo personaggi, metto in bocca a certe anime di carta verità presunte e so che nel momento in cui ho raccontato, perché l’ho fatto e con grande impegno e passione, la storia vera di persone vere che mettevano nero su bianco la propria esperienza, nel caso in cui non corrispondeva alla narrazione dominante e soprattutto non orientava l’opinione di lettori e lettrici in senso autoritario, allora mi hanno detto che era falsa.

(continua) Andate a leggere il resto merita davvero di essere letta fino in fondo

Barbara e l’allattamento al seno

La nostra amica Barbara condivide con noi la sua esperienza con l’allattamento al seno.

Iniziai ad allattare al seno il 24 maggio 1999 e smisi il 31 luglio 2005. Sei anni ininterrotti di allattamento al seno. Edoardo, a differenza di Giovanni, oltre al mio latte prendeva regolarmente i pasti, mentre Giovanni, fino all’ età di 25 mesi, rifiutava totalmente il cibo. Lo portavo mezza giornata al nido e quando all’ una andavo a prenderlo ero costretta a dargli il seno in macchina perché era affamato. Giovanni ha completamente saltato lo svezzamento. La prima cosa che ha mangiato, a 25 mesi, è stata una fetta di salame!
Mi sono stati attribuiti gli appellativi più bizzarri per via di “quelle tette sempre al vento”. Un giorno un signore ai giardinetti mentre allattavo Giovanni, che all’ epoca aveva un anno, mi chiese: “non si vergogna signora?” Io in tutta risposta gli chiesi come mai non fosse lui a vergognarsi di farmi una simile domanda.
Sono stati i 6 anni migliori della mia vita. Allattare mi faceva bene all’anima ed alla salute. In sei anni non ho preso un raffreddore, mai un acciacco, non ho dubitato mai sulla bellezza della vita né sulla forza dell’amore. Ero forte e ancor più forte mi sentivo. Per i più ero un fenomeno da baraccone, per altri “stramba” come d’altronde lo ero sempre stata. E a me, di come mi vedessero gli altri, non importava minimamente. Decisi di smettere il 31 luglio 2005, dodici giorni prima che Giovanni compisse tre anni, perché da qualche giorno, nell’allattare, avvertivo un fastidio fisico che però sentivo provenire dal di dentro.

Aveva smesso d’essere un piacere. La natura aveva compiuto il suo ciclo. Ho pianto notti intere. Sapevo che non avrei più avuto la possibilità di allattare, e ancora oggi, certe notti, sogno che sto allattando.

Certe notti come questa appena passata…e cosi il ricordo torna vivo dentro me!

E voi come avete vissuto questa esperienza? Raccontatecelo

L’oggetto Transizionale – Winnicott

L’oggetto Transizionale

L.B.

Esploriamo un po’ di psicologia, non quella da salotto o  da thread come si dice nel gergo dei forum, dei newsgroup e delle chat e analizziamo un fenomeno che spesso i genitori si trovano ad affrontare con i figli.

Parlo dell’oggetto transizionale, in questo modo Donald Woods Winnicott chiama quell’oggetto, orsacchiotto, copertina o quant’altro, che il bambino trattiene con sé nelle fasi quotidiane di passaggio e dal quale trae rassicurazione.

Raccontiamo un po’ la storia della teoria dell’oggetto transizionale.

Winnicott sin dagli anni ’50 ne aveva parlato. In quegli anni, ma sovente ancora oggi, si trattava di una pezzuolina che veniva utilizzata durante le routine quali pappa e ruttino oppure addormentamento e che si permeava degli effluvi corporei del lattante e di chi se ne prendeva cura. Questa pezza seguiva il bambino durante la giornata e assumeva una funzione rassicurante e tranquillizzante quando questi era “solo” e  tramite il senso dell’olfatto percepiva l’odore dello stare insieme.

Winnicott lo definisce, un ponte tra due stadi emotivi: lo stadio di onnipotenza soggettiva del lattante e lo studio di una realtà oggettiva condivisa, realizzando il distacco dalla fusione con la madre.

Quanto dura questa fase?

Sappiamo che quando la relazione tra bambino – oggetto transizionale si consolida è il momento in cu scatta la propensione  dello spazio sociale attorno a lui per farglielo abbandonare. Anche se può sembrare incongruente la funzione educativa di tale spinta è volta allo stimolo di una più consapevole capacità e autonomia affettiva. E’ attorno ai 36 mesi che il bambino può iniziare a separarsi dall’oggetto, pur temendone la perdita, per un tempo più lungo. Questo non significa che il bambino non ne abbia più bisogno, però sta ad indicare una sua maturazione psico-affettiva, una maggiore consapevolezza di sé nello spazio che lo circonda e una maggiore autostima.

Quasi quotidianamente come educatrice mi sono ritrovata in situazioni nelle quali gestire l’oggetto transizionale e mi sono resa conto che i bambini con madri serene e tranquille, non ossessive nel loro rapporto coi figli, meno necessitavano della presenza di questo oggetto. Il motivo lo possiamo ricondurre al fatto che quando un bambino ha delle risposte congrue alle sue richieste sviluppa un senso di fiducia nella persona di riferimento tale da fronteggiare anche le brevi separazioni senza ansia e angoscia.

Quando un bambino sente che la persona di riferimento è salda e sicura e che lo sostiene nel suo cammino verso l’autonomia sviluppa un senso di autostima che lo porta ad interagire con lo spazio attorno con sicurezza.

Tornando all’oggetto transizionale, quando un bambino arriva in un luogo dove sono presenti altri bambini più o meno della stessa età con in mano un oggetto portato da casa, subito diventa magnetico. Sono tutti attorno a lui, lo guardano, alcuni allungano una mano per toccare l’oggetto altri lo afferrano e cercano di trarlo a sé. In tutto questo il bambino può reagire in diversi modi, c’è chi si scansa di lato, chi dice “NO MIO!!!” chi si volta verso l’adulto, chi si mette a piangere. Ogni mattina ogni educatrice/tore di asilo nido si trova in questa situazione, una, due, tre, enne volte.

Chi lavora in ambito educativo è preparato a queste situazioni, ne conosce la genesi e l’evoluzione ed è preparato a reagire con le dovute modalità. Sapendo che questo oggetto è importante lo si tutela come il bambino a cui appartiene e glielo si custodisce perché sia disponibile per lui al momento del bisogno.

Fonte: Dispense, percorsi esperienziali

CANTICO DEI CANTICI CAPITOLO 7, 1-14. Un inno all’amore e alla bellezza.

In questi giorni in cui si respira odore di censura, come se il corpo fosse solo veicolo di peccato e violenza, vogliamo liberarne tutta l’universale bellezza. Alla bellezza delle donne dedichiamo la più preziosa delle letterature, la più mistica delle poesie: la celebrazione dell’amore!

CANTICO DEI CANTICI CAPITOLO 7, 1-14

7,1 – Vòltati, vòltati, Sulammita, vòltati, vòltati: vogliamo ammirarti. Che cosa volete ammirare nella Sulammita durante la danza a due cori

7,2 – Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista.

7,3 – Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli.

7,4 – I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella.

7,5 – Il tuo collo come una torre d’avorio, i tuoi occhi come le piscine di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm, il tuo naso come la torre del Libano che guarda verso Damasco.

7,6 – Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo e la chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce.

7,7 – Quanto sei bella e quanto sei graziosa, o amore, piena di delizie!

7,8 – La tua statura è slanciata come una palma e i tuoi seni sembrano grappoli.

7,9 – Ho detto: Salirò sulla palma, coglierò i grappoli di datteri. Siano per me i tuoi seni come grappoli d’uva e il tuo respiro come profumo di mele.

7,10 – Il tuo palato è come vino squisito, che scorre morbidamente verso di me e fluisce sulle labbra e sui denti!

7,11 – Io sono del mio amato e il suo desiderio è verso di me.

7,12 – Vieni, amato mio, andiamo nei campi, passiamo la notte nei villaggi.

7,13 – Di buon mattino andremo nelle vigne; vedremo se germoglia la vite, se le gemme si schiudono, se fioriscono i melograni: là ti darò il mio amore!

7,14 – Le mandragore mandano profumo; alle nostre porte c’è ogni specie di frutti squisiti, freschi e secchi: amato mio, li ho conservati per te.

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Cicerone

Catilina aveva tentato la scalata al potere attraverso la candidatura al consolato ma, dopo aver fallito per ben tre volte (66, 64 e 63 a.C.), ordì una congiura per rovesciare la Repubblica Romana ed estromettere il senato. L’intento era di sollevare la plebe, eliminare il console Cicerone e i principali senatori avversari, mentre un esercito era pronto in Etruria per prendere le armi.

Una sera, due congiurati, col pretesto di un saluto al console Cicerone presso la sua abitazione, cercarono di ucciderlo. Ma Cicerone era stato messo al corrente di tutto dall’amante di uno dei congiurati e riuscì a salvarsi; quindi smascherò Catilina.

Nonostante il totale fallimento della sua sporca congiura, Catilina, con quella che oggi si definirebbe un’incredibile faccia di bronzo, si presentò tranquillamente in Senato, come se nulla fosse.

E fu allora che Cicerone – era l’8 novembre del 63 Avanti Cristo – pronunciò davanti ai senatori una delle più celebri e straordinarie orazioni, il cui incipit suona così:

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?

(Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?  Quanto a lungo ancora codesta tua follia si farà beffe di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?).

E prosegue così:

Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris?

(Non ti avvedi che le tue trame sono scoperte? Non vedi che a quanti sono qui è palese e manifesta la tua congiura? E credi che alcuno di noi ignori ciò che hai fatto nella notte passata e nell’antecedente ed in qual luogo sei stato, con chi ti sei radunato e che cosa abbiate deliberato?)

Da CICERONEOrazione I contro L. Catilina

Successivamente Catilina si allontanò da Roma e Cicerone, riuscito ad avere prove schiaccianti contro di lui, informato il popolo e il senato, ottenne  la condanna dei congiurati.

——–

Ciò accadeva tanto tempo fa.

Mutatis mutandis potrebbe accadere anche oggi.

Sempre COLPEVOLE “in quanto uomo”

Riceviamo e volentieri (si fa per dire, visto il contenuto del racconto…) pubblichiamo.

COMUNQUE COLPEVOLE: pena di genere.

Come posso proclamare la mia innocenza al cospetto di reati talmente gravi che mi vedono indagato da oltre due anni, con “la madre” parte lesa?

Ho ottenuto l’inimmaginabile, per essere solo un uomo, solo un padre.

Cronologia

Dopo aver subito per un anno percosse e offese di ogni tipo, nel gennaio 2011, vengo aggredito con mio figlio in braccio, difendo lui e allontano con un morso e una spinta “la madre”, dopo un anno mi viene commisurata la pena a 4 mesi per lesioni personali (582); il certificato di pronto soccorso, oltre a diagnosticare il danno procuratomi, cita “strie iperemiche analoghe precedenti emivolto sinistro, presumibilmente di analoga natura precedenti”.

Nessun testimone, le è bastato dichiarare che l’ho aggredita, per vedersi archiviata la mia querela, legittima difesa.

Prosegue la convivenza, nel marzo del 2011 altra querela per un pugno al volto, presentata a mia insaputa, che io le avrei sferrato in presenza dei figli (della sua precedente unione), nessun certificato medico, nessuna percossa, ecchimosi altro.
Convocato in questura produco oltre 20 foto del giorno successivo alla presunta aggressione, che ci ritraggono serenemente abbracciati e giocosi in un giardino pubblico alla presenza dei di lei figli e di nostro figlio, evidente l’inesistenza del pugno.
Lei ritira la querela, io accetto la remissione.

Prosegue la convivenza, periodi di serenità ed intimità, week end lunghi. etc. intervallati da qualche discussione, avendo lei capito che non sono più disposto a proseguire simile relazione.

Arriviamo ad un pomeriggio di giugno: tornato da lavoro, le comunico che ho appurato la presenza di altre figure maschili nella sua vita privata già dal mese di aprile (due le contatto personalmente, della terza lo scopro ad agosto).
Alle ora 22:40 mentre ero a letto, nello stato di dormiveglia, e con mio figlio accanto, vengo di nuovo aggredito al volto e insultato pesantemente.
Per questo episodio sporgo querela, senza produrre certificato di pronto soccorso; lei verrà successivamente rinviata a giudizio per percosse ingiurie e minacce (con 81 continuato).

La mattina successiva arrivato in ufficio, il mio titolare mi invita a tornare a casa.

Dormo il venerdi sul divano deciso ad andare via il sabato, non prima di essermi recato in questura, con mio figlio ove aggiorno il vice questore. La mattina stessa “la madre” fa richiesta di ammonimento da stalking contro la mia persona  (612 bis), archiviata con non luogo a procedere alla richiesta stessa, dopo aver prodotto memorie difensive, all’unità anticrimine competente. nessun ammonimento, restrizione etc.

Lei inizia a non farmi vedere mio figlio, quando mi reco a casa, se la trovo, non apre la porta e chiama la forza pubblica.
Quando è “apparentemente” lucida, comunichiamo. Mi dice: “Tu non puoi essere qua, mi crei ansia e paura” (sino al giorno prima mi invia sms amorevoli), chiama le forze dell’ordine, io aspetto sempre il loro arrivo.

Successivamente le chiamerò io almeno 10 volte, ribadendo il mio diritto a stare con mio figlio.

Vengo nel frattempo riconvocato all’unità anticrimine, mi viene detto: “Signor X questo è stalking” io rispondo: “No questa è sottrazione di minore“. Non la seguo, non la minaccio, ecc ecc. Lei stessa, riconvocata all’anticrimine, dichiara di non aver subito minacce, di non essere stata inseguita ecc dal sottoscritto.

Arriviamo ai primi di settembre, non vedo mio figlio dalla fine di giugno, non so nulla di lui; ripetute quanto inutili comunicazioni tra legali; “la madre” pensa bene di farsi un pò di vacanza, con lei nostro figlio. Saputo da una parente il luogo di villeggiatura (a casa di un amico), prima avverto la questura competente chiedento l’intervento della volante per accertrele condizioni di mio figlio, spiegando che non c’era nessuna disciplina relativamente all’affidamento, ai diritti di visita, altro.

Alla risposta dell’agente incaricato: “Se è con la madre va bene“, dopo avergli spiegato la sua totale ignoranza in materia di sottrazione dei minori, mi allontanavo salutando con il più classico: “Ma vai a ca**re“.

Direttomi presso la civile abitazione, con videocamera accesa, mi veniva concesso di entrare e fare due chiacchiere con “la madre”, nel giardino subivo l’ennesiva aggressione al volto, dopo comunque che mi veniva offerto un caffè “dall’amico”, che silente ed in disparte assisteva alla discussione, cordialmente salutavo.

L’indomani mi presentavo spontaneamente presso l’unità anticrimine, e producevo video e foto attestanti l’effettiva sottrazione di minore; mi sentivo risponder:e “questo è stalking!” e rispondevo: “Bene, arrestatemi, a mio avviso continua la sottrazione di minore e voi siete complici di quanto sta accadendo“. Era un giorno di settembre 2011; lo stesso giorno veniva archiviato il procedimento come non luogo a procedere alla richiesta.

Nei giorni successivi continuavo a fare richiesta di intervento al 112 e 113 per farmi vedere mio figlio, essendo questo un mio diritto, almeno una volta al giorno. Un giorno di settembre mi recavo di nuovo a casa, verso le 09:30, chiaramente sempre pre-avvertendo la forza pubblica delle mie intenzioni; suonato il campanello e apertasi la porta, mio figlio, alla mia vista, mi correva incontro; io lo prendevo in braccio e comunicato “alla madre” che lo avrei riportato alle 17:00 mi dirigevo verso il parcheggio.

Lei, venendomi dietro, minacciava di farmi arrestare e di chiamare la forza pubblica; io replicavo dicendole che li avevo gia avvertiti ma che di mattina erano impegnati; lei provava a richiamare, essendo decisa a non fare stare insieme padre e figlio neanche mezza giornata.
Mi comunicava che stavano arrivando.

Mio figlio era sempre in braccio a me ed io cercavo di distrarlo; “la madre” lo rivoleva a tutti i costi e iniziava cosi un girotondo intorno alla macchina, ogni tanto lei dava qualche pugno sul tetto e si metteva seduta sul cofano.
Dal portabagagli estraevo la prima bicicletta di mio figlio che avevo in macchina da circa due mesi; lei la la afferrava e me la scagliava contro colpendomi tra il collo e l’orecchio, contestualmente mi graffiava il volto e, strappatami la camicia, non solo mi prendeva a calci, ma si scagliava pure violentemente verso la macchina prendendola pure a calci e pugni.
Io stavo  immobile con mio figlio in braccio e impaurito, mentre “la madre” mi percuoteva: rimanevo fermo e ringraziavo, dentro di me, il Signore che mi dava tanta forza.

Intervenuta la volante, dicevo loro le mie intenzioni, dopo la ferma opposizione della madre che sosteneva ch,e essendo io matto, non avrei riportato mio figlio; veniva avvisato il PM della Prcura dei Minori che mi “invitava” a “lasciare il figlio alla madre“, convocandoci entrambi per il lunedi successivo.
Non potevo, di fronte ad un PM, non ottemperare.

Per questo episodio ho sporto regolare querela e “la madre” è stata rinviata a giudizio per lesioni colpose ingiurie e minacce (con 81 continuato).

Contestualmente presentavo due diverse querele di sottazione di minore (574) per due periodi diversi, dimostrando con copiosa documentazione la ferma volontà della madre ad utilizzare mio figlio come strumento finalizzato a misure restrittive nei miei confronti, spiegando la dinamica dello stalking indotto.

Dopo un anno venivano archiviate con la motivazione che la situazione psicologica della signora non potevano far pensare la volontarietà
della stessa di commettere un reato.

Il lunedi successivo “la madre” presentava querela per stalking presso la Procura del Tribunale e “la nonna” pure regolare querela contro la mia persona per minacce generiche, ingiurie, appostamenti e inseguimenti, nonchè minacce di morte per l’intero gruppo parentale (figlia marito e nipoti) sostenendo che avevano paura ed erano oramai costretti a vivere uno stato di semireclusione.

Circa un anno dopo la querela veniva archiviata in quanto il GIP riteneva che io mi fossi recato presso l’abitazione della madre solo per vedere mio figlio, insomma solo per avvalermi di un diritto.

La querela della madre invece sino a giugno 2013 non ha avuto nessun riscontro: dunque nessun ammonimento, restrizione alcuna, avviso di garanzia o altro.

A seguito delle ripetute telefonate “della madre” che descriveva atteggiamenti da me assunti, ed in base evidentemente al copioso fascicolo presentato, ad oggi sono in regime di 415 bis (devo produrre memorie), difendendomi da accuse che mi descrivono come un orco malato, psicopatico e potenziale assassino!!!

I reati che mi vengono contestati sono di stalking (612 bis), violenza privata (610) perchè sotto al minaccia di ucciderla l’avrei obbligata a rimettere al querela e maltrattamenti in famiglia (572), per un episodio per cui comunque avevo gia ricevuto ingiusta condanna.

Altro capitolo è quello del Tribunale dei minorenni, delle CTU, degli assistenti sociali, ecc ove non c’è una riga una ove vengo descritto come pericoloso maltrattante ecc, solo come un gran rompico****ni che, nonostante tutta la m***a che ha mangiato non si è arreso all’abuso – questo si continuato! –  messo in opera dalla madre e dal suo legale.

Ad oggi mio figlio e la casa non sono stati ancora “aggiudicati” essendo questo stato affidato ai servizi sociali e collocato presso la casa (indovinate chi e come ha evitato la casa famiglia?) dove vive serenamente con fratelli ecc.

Il regime di 415 bis è partito dopo che “la madre” telefonicamnte comunicava che avevo mandato una mail ingiuriosa e offensiva nei suoi confronti ad una sua parente (email già verificata come inesistente) e che avevo telefonato non so bene a chi e che mi sarei recato “ultimamente” a casa con i carabinieri (già verificato come falso).

Dall’ottobre del 2011 vedo mio figlio una volta a settimana per 1 ora(salvo vere e presunte malattie) grazie al servizio di spazio neutro, monitorato nella relazione.

Nell’estate scorsa, dopo l’inizio della CTU (ove mi sono presentato senza CTP, motivando la scela) “la madre” evidentemente vistasi in difficoltà mi lasciava spontaneamente “il figlio” per oltre un mese, piu ore al giorno, e in alcuni casi anche di notte: lei stessa mi frequentava “in giro” e presso la mia abitazione oltre quello che può essere considerato un consono orario serale, o andando a fare qualche pic nic in XY.

Lei stessa dichiarava: “Ero felice che le cose stessero andando per il meglio, Y era felicissimo di stare con il padre, quando lo riprendevo descriveva entusiasta la giornata, anche io ero tranquilla e felice.”

Di diverso avviso era il “deviato” CTU che descriveva la madre come non capace di discernere le reali necessità del figlio, di pensare esclusivamente alle sue impellenti necessità ludiche, di non rispettare le disposizioni del tribunale maturate proprio sulla scorta delle sue allegagioni (padre violento, psicopatico, assuntore di pesanti psicofarmaci ??? ecc), la quale “madre”, è bene ricordarlo, con tre diverse istanze richiedeva e richiede tutt’ora un affido esclusivo.

Al momento, sono sprovvisto di legale difensore, avendomi il mio comunicato che non se la prende la responsabilità di difendermi e vedermi comunque andare in galera. E’ evidente che è solo una scusa, avendo io terminato ogni minima risorsa economica dopo due anni di legali, tribunali, CTU, ecc. Non posso certo garantirgli il giusto compenso!

Non solo la galera sarebbe una beffa, dopo che gli organi competenti ed indaganti mi hanno permesso di circolare liberamente, nonostante tutto, se solo fossero vere anche solo un terzo le accuse rivoltemi “dalla madre”; è del tutto evidente che le autorità non hanno di fatto tutelato l’incolumità “della madre”, dei suoi genitori e dei di lei figli. Anche una qualsivoglia minor condanna stessa sarebbe una beffa, basandosi solo sulle prove testimoniali del teste accusante dei genitori e di due parenti, falsamente testimoni “presenti ai fatti”.

In conclusione, e per farvi tranquillizare relativamente all’inesistenza del mostro descritto, riporto una testimonianza “della madre” della primavera 2011, dunque a poche settimane dalla nostra separazione, la quale dichiarava con riferimento all’episodio che mi ha visto condannato gennaio 2011, dopo essere stato aggredito: “Mai prima e mai sino ad oggi si erano verificati e si sono verificati episodi ove X mi percuoteva.”

Come scrissi all’unità anticrimine, anticipando degli eventi che poi si sono puntualmente verificati, tutto questo castello di menzogne è strumentale e finalizzato 1) all’ottenimento di congruo assegno di mantenimento 2) ad essere collocataria prevalente del figlio minore tale da potersi tenere anche la casa che – è bene sottolinearlo – è di oltre 200 mq, oltre a giardino e corte.
Insomma è il ripetersi di una situazione che già la vedeva  vincente a seguito di separazione da un precedente marito.

Molteplici potrebbero essere le considerazioni da fare ma oramai, dopo due anni di condivisioni con molto padri, con molte madri ecc lo ritengo assolutamente inutile.

Inutile sottolineare che i reati imputati  “alla madre”sono dei veri e propri regali in quanto accaduti in presenza del figlio ed in ambito familiare: non solo sono da ritenersi lesioni volontarie e percosse ma soprattutto sarebbero da ritenersi  violenze domestiche e atti persecutori, per non parlare poi della sottrazione “casualmente” avvenuta dopo la richiesta di ammonimento.
Dunque non come descrive il PM “inconsapevole di commettere un reato“, ma invero premeditatamente consapevole e di quello che faceva e certa dell’assolutà impunità di cui avrebbe goduto in quanto “donna” e in quanto “madre”.

Ma non vi preoccupate: da mio figlio mi separerà solo la morte, e sinceramente mi sembra ancora un tantino prematura.

Se il linguaggio è maschilista urge correttivo!

Parto da qui: http://www.today.it/donna/docenti-chiamati-professoresse-germania.html

Ovvero: i professori nella università di Lipsia saranno chiamati tutt* professoresse.

Una sessualizzazione del linguaggio che non vira verso un riconoscimento univoco del ruolo, indipendentemente dal genere, ma rimarca il genere per definire il ruolo.

A me pare una buona idea, buonissima. Dico di più: buonerrima.
Anzi, ci si poteva pensare prima!

E, soprattutto, spero, non rimanga limitata al mero settore accademico…
Perché tanti e troppi sono gli ambiti sociali, economici, lavorativi, culturali dove si è proceduto a sopprimere l’espressione femminile, imponendo un linguaggio ed un approccio maschile, anzi: biecamente maschilista!

Vogliamo parlare di economia?
Parliamone, non crediate che non abbia prove per dimostrare quello che sostengo!

Prendiamo ad esempio il mercato monetario.
Il predominio delle monete maschili deve finire subito!!!

Da domani IL DollarO, L’EurO e lO Yen siano denominati: LA DOLLARA, LA EURA, LA YEN  (o LA YENA: il dibattito è aperto)

Fermiamo questo femminimoneticidio: LA lira – LA dracma – LA peseta sono miseramente scomparse. LA Lira è stata soppressa “in quanto Lira” e troppo tardi ci siamo accorti del perverso disegno.
Che mai più avvenga.

Ci sarebbe anche da ridire – e non poco! – sulla invalsa abitudine di definire questa situazione economica che stiamo attraversando come LA Crisi.

E’ un retaggio patriarcale e maschilista, quello di imputare le problematiche sociali alle femmine.

Chiamiamo dunque le cose con il nome corretto: e sia IL CRISI questo momento terribile per l’economia.

Riprendiamoci i nostri diritti (anzi LE NOSTRE DIRITTE).

Cosa è, in fondo, il genere maschile di fronte all’immensità dell’UNIVERSA?

E ora, se permettete, vado a bermi unA caffA’.

Dopo il divorzio scatta la voglia del ritocco ed è boom di interventi

(fonte : http://lifestyle.tiscali.it/bellezza/feeds/13/05/20/t_42_20130520_bellezza_W001_0001.html?chirurgia_estetica)

(LaPresse) – Sono in aumento gli interventi post divorzio: le donne reduci da separazioni difficili si rivolgono sempre più alla chirurgia estetica per dare un taglio con il passato e ricominciare una nuova vita da single.
E’ quanto emerge da uno studio condotto dall’Associazione Donne e Qualità della vita della psicologa Serenella Salomoni, su un campione di 240 donne di età compresa tra i 30 e i 55 anni separata legalmente.
Il 30% delle intervistate ha ammesso di utilizzare l’assegno di mantenimento corrisposto dal coniuge per ricorrere al bisturi e cambiare il proprio aspetto esteriore.
Addirittura risulta che questa voce di spesa per la maggioranza del campione statistico risulta prioritaria rispetto al pagamento dell’affitto o della rata del mutuo (24%), alle sedute dallo psicologo per superare il trauma della separazione (12%) o alla possibilità di viaggiare (5%), mentre il 25% ammette di spendere per le necessità dei figli anche il mantenimento che spetta loro dal divorzio.
Secondo l’indagine viene alla luce un boom del ritocco dopo il divorzio da parte del mondo femminile.
Un modo, forse, per risollevare l’animo, per sentirsi più belle e pronte a riconquistare.
In America questo fenomeno è stato chiamato ‘chirurgia plastica di rivincita’.
“Dopo aver bussato alla porta del proprio avvocato, un numero crescente di donne si dirige da Bedford Drive a Beverly Hills alla ricerca di un chirurgo estetico” sostiene il dottor Renato Calabria, chirurgo plastico e membro dell’American Society of Plastic Surgeons e docente presso Department of Plastic Surgery at the University of Southern California.
“E indovinate chi paga il conto? Il marito infedele”, afferma il chirurgo.
Ma la tempistica dell’intervento deve essere perfetta per riuscire ad addebitare la parcella all’ex marito fedifrago.
“Una cliente – racconta Calabria – non aveva programmato i tempi giusti: i suoi alimenti provvisori sono stati tagliati un giorno prima dell’intervento e così è stata costretta a rimandarlo. Non l’ho più rivista”.
Per alcune donne la chirurgia è una sferzata di energia, si sentono più giovani non solo nel corpo ma anche nello spirito.
Infatti, come nel caso delle celebrità, Demi Moore e Madonna per fare un esempio, sono donne che piacciono anche a uomini più giovani di loro.
Ma quali sono gli interventi post divorzio maggiormente richiesti?
Negi Stati Uniti la classifica dei ritocchini ‘della rivincita’ vede al primo posto la mastoplastica additiva, seguita nell’ordine da addominoplastica, liposuzione, blefaroplastica, lifting e, per ultimo, sollevamento del seno.
L’identikit delle donne che ricorrono a questi interventi è quello di una 50enne di ceto medio alto, non necessariamente lavoratrice, che sceglie prevalentemente il lifting al viso e al seno oppure si indirizza verso
l’addominoplastica.
Gli uomini invece dopo il divorzio vogliono il lifting al collo o la liposuzione.

20 maggio 2013