La rana e lo scorpione

Uno scorpione doveva attraversare un fiume ma, non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto.

Così, con voce dolce e suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda.

La rana gli rispose “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!

E per quale motivo dovrei farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!”

La rana stette un attimo a pensare e, convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.

A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena e capì di essere stata punta dallo scorpione.

Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto.

Perché sono uno scorpione…” rispose lui “E’ la mia natura

 

L’origine e l’autore di questa favola non sono noti.
Variazioni della favola appaiono dell’Africa occidentale e nei racconti popolari europei.
La storia è spesso attribuita a Esopo; tuttavia, nelle sue favole, appaiono solo delle variazioni.
Uno studio pubblicato in una rivista tedesca nel 2011 indica una connessione tra la genesi della fiaba e la tradizione del Panchatantra, una raccolta di favole di animali risalenti all’India del III secolo a.C.

[fonte: Wikipedia]

Annunci

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Cicerone

Catilina aveva tentato la scalata al potere attraverso la candidatura al consolato ma, dopo aver fallito per ben tre volte (66, 64 e 63 a.C.), ordì una congiura per rovesciare la Repubblica Romana ed estromettere il senato. L’intento era di sollevare la plebe, eliminare il console Cicerone e i principali senatori avversari, mentre un esercito era pronto in Etruria per prendere le armi.

Una sera, due congiurati, col pretesto di un saluto al console Cicerone presso la sua abitazione, cercarono di ucciderlo. Ma Cicerone era stato messo al corrente di tutto dall’amante di uno dei congiurati e riuscì a salvarsi; quindi smascherò Catilina.

Nonostante il totale fallimento della sua sporca congiura, Catilina, con quella che oggi si definirebbe un’incredibile faccia di bronzo, si presentò tranquillamente in Senato, come se nulla fosse.

E fu allora che Cicerone – era l’8 novembre del 63 Avanti Cristo – pronunciò davanti ai senatori una delle più celebri e straordinarie orazioni, il cui incipit suona così:

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?

(Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?  Quanto a lungo ancora codesta tua follia si farà beffe di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?).

E prosegue così:

Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris?

(Non ti avvedi che le tue trame sono scoperte? Non vedi che a quanti sono qui è palese e manifesta la tua congiura? E credi che alcuno di noi ignori ciò che hai fatto nella notte passata e nell’antecedente ed in qual luogo sei stato, con chi ti sei radunato e che cosa abbiate deliberato?)

Da CICERONEOrazione I contro L. Catilina

Successivamente Catilina si allontanò da Roma e Cicerone, riuscito ad avere prove schiaccianti contro di lui, informato il popolo e il senato, ottenne  la condanna dei congiurati.

——–

Ciò accadeva tanto tempo fa.

Mutatis mutandis potrebbe accadere anche oggi.