Cosa c’è che non va nel Decreto Legge sul femminicidio – parte seconda

[articolo ripubblicato con il permesso dell’autrice]

Se solo la magistratura applicasse la legge: la questione dibattuta del femminicidio.

Lo scarso rispetto di un Governo per i suoi elettori si dimostra dalle modalità con cui legifera come quella di scegliere l’estate e il basso profilo per far passare normative di serio interesse sociale senza dibattito, nello stesso modo subdolo in cui, a suo tempo, passò il fiscal compact.
L’impressione, sempre più confermata, è che dal 1994 in poi i Governi in Italia legiferino senza studiare il contesto culturale, sociale ed economico in cui si inseriscono le situazioni da regolamentare, ma operino solo cavalcando l’onda emotiva al fine di facili consensi elettorali. Il principio secondo cui “la legge è uguale per tutti” non ammette interpretazioni soggettive.
In questi giorni la Boldrini apre la Camera per far passare la legge sul femminicidio.
Alcune osservazioni vanno fatte al riguardo.
Se le statistiche mostrano un incremento negli ultimi anni di omicidi dove la vittima è persona di sesso femminile il metodo scientifico ci insegna che vanno studiate le premesse del problema.
Lo Stato che ad una emergenza criminale risponde con una sanzione dimostra chiaramente di NON SAPER GARANTIRE L’ORDINE SOCIALE, abdicando alla sua funzione primaria, dichiarando, assieme alla sua manifesta debolezza, la sua INUTILITA’ o addirittura inesistenza.
L’iter legislativo dovrebbe partire dallo studio del fenomeno sociale che metterebbe in luce come alla base di crimini di tale efferatezza spesso ci siano situazioni di disagio provenienti o da separazioni gestite male non soltanto dai loro protagonisti, ma anche dalle Istituzioni e dalla magistratura, situazioni che spesso sono frutto di immaturità o incapacità a gestire relazioni interpersonali, oppure riguardano vicende che si dipanano in contesti culturali i quali attingono ad abitudini, educazione, orientamenti religiosi estranei e diversi da quelli del Paese ospitante. Una legislazione seria, pertanto, non interviene reprimendo, ma interpretando ed educando.
Pertanto, posto che in Italia sin dai tempi del Beccaria si è scelto quale base del sistema penale il principio garantista, una volta condiviso da una sinistra più acculturata di questa odierna, il cosiddetto principio della “RIEDUCAZIONE DEL REO”, varare una normativa semplicemente punitiva e gravemente afflittiva sotto il profilo della sola pena, fingendo di ignorare che, sotto il profilo giuridico esistono già gli strumenti per reprimere ed evitare il delitto, significa “lavarsi le mani” rispetto al problema, scaricando ogni responsabilità sulla magistratura e sull’avvocatura, lasciando irrisolto il problema di base.
L’omicidio volontario è fattispecie idonea a punire l’omicidio stradale, come pure l’assassinio delle donne: basta solo applicare la legge e considerare le circostanze aggravanti. In realtà, questa operazione legislativo-elettorale è propedeutica a far passare la legge contro l’omofobia.
Essa si pone sotto il profilo costituzionale quale discriminatoria di genere, come se uccidere una donna sia più grave di uccidere un uomo.
Il problema è sociale, il problema è sociologico, oltreché economico.
Occorre che si prevengano determinati crimini intervenendo sulla sfera economica, evitando l’aggravarsi ed il formarsi di situazioni di degrado sociale in cui si realizzano tali fattispecie.
Occorre intervenire sull’aspetto sociologico, preparando le istituzioni e approntando programmi di educazione e recupero dei rapporti interpersonali tramite le ASL, i consultori, la scuola, potendo pagarne i costi con i proventi di uno Stato Sociale che può fare profitto, come sostiene il Coordinamento per la Sovranità Nazionale.

Perché uno Stato di diritto risolve i problemi dei suoi Cittadini, interpretando i malesseri sociali sui quali interviene, non bastonando chi è già agonizzante e in tal modo potendo ottenere l’effetto contrario di fomentare l’odio, ciò che sembra essere sempre più spesso il risultato di questi ultimi governi.

La Primula Nera

[ Fonte originale: qui ]

Cosa c’è che non va nel Decreto Legge sul femminicidio – parte prima

Lasciamo all’antica saggezza di Fedro spiegare quale abnorme rischio porterebbe con sè un Decreto Legge così mal concepito.


LUPUS ET AGNUS

Ad rivum eundem Lupus et Agnus venerant siti compulsi: superior stabat Lupus, longeque inferior Agnus: tunc fauce improba latro incitatus jurgii causam intulit. Cur, inquit, turbulentam fecisti mihi istam bibenti? Laniger contra timens, qui possum, quaeso, facere quod quereris, Lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor. Repulsus ille veritatis viribus, ante hos sex menses male, ait, dixisti mihi. Respondit Agnus: equidem natus non eram. Pater hercle tuus, inquit, maledixit mihi. Atque ita correptum lacerat injusta nece.
Haec popter illos scripta est homines fabula, qui ficti caussi innocentes opprimunt.


IL LUPO E L’AGNELLO

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, si ritrovarono a bere nello stesso ruscello.
Il lupo era più a monte, mentre l’agnello beveva a una certa distanza, verso valle.
La fame però spinse il lupo ad attaccar briga e allora disse: “Perché osi intorbidarmi l’acqua?”
L’agnello tremando rispose: “Come posso fare questo se l’acqua scorre da te a me?”
“E’ vero, ma tu sei mesi fa mi hai insultato con brutte parole”.
“Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato”.
“Allora” riprese il lupo “fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie”.
Quindi saltò addosso all’agnello e se lo mangiò.
Questo racconto è rivolto a tutti coloro che opprimono i giusti nascondendosi dietro falsi pretesti.

GUARDATEVI DAI “LUPI”… E ANCHE DALLE “LUPE”

A proposito di Montecitorio…

A proposito del gravissimo gesto compiuto da Luigi Preiti, dedichiamo tanta solidarietà alle persone ferite e prendiamo le distanze da ogni gesto di violenza.

Come Associazione che si occupa di bigenitorialità, diritti di padri, madri, nuove compagne, figli/e, ci troviamo a raccogliere la rabbia di persone ridotte in povertà e costrette in una guerra tra generi che dovrebbe essere affrontata opportunamente dalle istituzioni.

Se le istituzioni sono assenti e delegano ai singoli di farsi la guerra tra poveri – madri contro padri e padri contro madri – tutti in condizione di precarietà, è doveroso, ed è un atto di grande responsabilità, accogliere la rabbia, orientarla e dirigerla in senso politico in una richiesta compatibile con il corretto svolgimento delle azioni democratiche laddove si spera tengano conto dei disagi di tutte queste persone.

Diversamente, senza una attività di mediazione tra persone in difficoltà e istituzioni, si crea scollamento, si condanna alla solitudine la gente disperata e lì avvengono fatti inaccettabili, ai quali non ci rassegniamo, che sono incredibilmente violenti.

Dove ci accusano di essere istigatori e istigatrici di follia e violenza in realtà noi tentiamo di prevenirla.

Irresponsabili sono quelle realtà che invece istigano all’isolamento sociale di chi soffre di problemi di precarietà economica ed affettiva, perché sono giusto loro che diventano moralmente responsabili di qualunque azione di violenza possa essere compiuta.