Lettera a mia Figlia

Dal blog  spaciaclone

Ho fatto una promessa a me stesso, decidendo di non imporre più a nessuno le mie scelte, perché spesso, le scelte, implicano condizionamenti imprescindibili per chi le subisce.
Il problema è, che ce ne accorgiamo solo dopo averle fatte.
A ragion veduta, ho lasciato che tu scegliessi, per il tuo bene. Senza limitarti, neanche per il  fatto che tu fossi ancora adolescente.
Ho fatto bene? Non lo so! Quello che so è, che anche questo, vuol dire amare. (…..) (continua a leggere qui)

Vogliamo ringraziare di cuore l’Autore di questa lettera per averci permesso di pubblicarla.

ΦφΦ

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Chi paga alla fine sono i figli

La storia di Cittadella con il suo risalto mediatico ha avuto ovviamente un impatto sulla società italiana. Tra i tanti possibili effetti ne possiamo individuare almeno uno negativo ed uno positivo.

Quando si veicola con le parole un messaggio e con i fatti un messaggio opposto a lasciare il segno è il messaggio espresso con i fatti. Inutile dire che a uscire a pezzi è l’idea di paternità ed è questo l’aspetto negativo. Già in passato i molti racconti dalle separazioni hanno dato la netta sensazione che la paternità fosse un pericolo e non una esperienza positiva ma in questi giorni l’immagine di un padre che per vedere il figlio deve ricorrere alle forze dell’ordine a causa di una madre alienante che per anni ha potuto non tener conto delle Istituzioni è stato il colpo di grazia. Immagini che parlano alla parte inconsapevole del cervello si stanno insinuando nelle menti degli italiani. Abbiamo impiegato anni per ottenere padri molto presenti nella vita dei figli riuscendo ad ottenere risultati lusinghieri eppure quello che è successo rappresenta almeno due passi indietro e purtroppo solo tra alcuni anni potremo valutarne appieno le conseguenze.

L’effetto positivo è invece dato dalla presa di coscienza della popolazione che ad essere assenti non sono i padri ma sono le madri ad alienare i padri in fase di separazione. Molti devono scegliere se farsi da parte o ricorrere ad una scelta disperata quale quella del padre di Cittadella. Una scelta non facile e spesso neanche una scelta a causa di un sistema che in genere aiuta le madri alienanti piuttosto che aiutarle a capire il loro errore. Poter ricattare emotivamente i figli con il più classico dei: “per te ho sacrificato tutta la mia vita” è un problema prima di tutto per la società italiana che ha bisogno di una gioventù attiva e pronta ad accettare nuove sfide.

I tanti talk show hanno chiaramente spiegato che è più amorevole abbandonare un figlio piuttosto che chiedere al giudice di dargli un padre. Oggi è diventato chiaro a tutti che il sistema italiano chiede ai padri di abbandonare i figli e che questa è una scelta d’amore. Allora ringraziamo tutti quei padri che abbandonano i figli pur di non spingere le madri a mettere il filo spinato attorno al letto. L’amore è anche saper abbandonare e un padre che abbandona i figli in questo paese va riabilitato perché la sua è la più grande scelta d’amore.

 Chi paga alla fine sono i figli. Condannati a crescere senza padre. 

Testo redatto dal dott. Ettore Panella

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Richard Gardner: i Falsi abusi e la Sindrome di Alienazione Parentale:

Ringraziamo il Prof. Marco Casonato per questo prezioso contributo.

pubblicata da Psicologia Dinamica il giorno Domenica 14 ottobre 2012 alle ore 18.10

Richard Gardner MD

Un intellettuale americano :

Richard Gardner i Falsi abusi e la Sindrome di Alienazione Parentale (PAS)

L’ “abuso” , come la stregoneria e gli untori del ‘400 –‘600, costituiscono un fenomeno sociale con forti radici ideologiche e religiose ed una massiccia diffusione mediatica. Le false accuse di abuso contemporanee ed i conseguenti devastanti processi superano di gran lunga per numero i processi alle streghe e, salvo per la pena di morte, hanno fatto certamente molte più vittime dei processi inquisitoriali del ‘400 – ‘600 tenendo conto che l’epidemia è iniziata negli anni ’80 negli USA e dopo dieci anni in Italia. Gli abusi e la pedofilia sono anche divenuti una potente “arma di distrazione di massa” che rende agevole dimenticare: mortalità infantile, lavoro minorile, esposizione ad agenti mutageni, denutrizione, descolarizzazione, malattie respiratorie da PM10, e mille altre minacce alla salute e allo sviluppo dei minori.

Richard Gardner sulla scorta della sua grande competenza professionale e della credibilità acquisita negli anni nei tribunali del New Jersey, ma anche di altri stati del Nord America e del Canada, è stato una figura di rilievo tra gli intellettuali americani che hanno rapidamente compreso che l’epidemia di abusi esplosa tra gli anni ’80 e ’90 negli USA era un fenomeno che non riguardava “fatti” bensì il riemergere di pulsioni oscurantiste di stampo quattro-secentesco. Talchè di “abusi” si iniziò a parlare ricorrentemente nel corso del convegno annuale del “Giorno della contrizione” a Salem.

Gardner infatti è spesso citato, ma ancora mai tradotto per il lettore italiano.

Ma chi è Gardner di cui è stato detto veramente di tutto?

Richard Gardner (1931-2003) laureatosi in medicina alla Columbia di New York nel 1952, conseguendo il Dottorato in medicina e la specializzazione in Psichiatria infantile è stato in primo luogo uno psichiatra militare appartenente al sistema della sanità militare americana che ha una tradizione di eccellenza (i primi DSM ad esempio sono manuali di psichiatria militare); la Veterans Administration offre infatti ospedali e servizi sanitari ottimi a militari, ex militari ed alle loro famiglie.

L’autore è stato capitano medico con un ruolo di primario ospedaliero nel contingente militare americano di stanza in Germania.

Egli si occupò dell’assistenza psichiatrica alle famiglie dei militari americani. Benché inquadrato nell’esercito, nei fatti fu a contatto professionale soprattutto con civili quali sono i familiari dei militari che andando incontro a problemi psichiatrici e a divorzi ricadono comunque nella competenza della sanità militare americana, ma nella giurisdizione tedesca per quanto riguarda le controversie giudiziarie dei divorzi, e fatti di penale rilevanza rispetto ai quali sia richiesto un parere psichiatrico.

Questo ruolo di psichiatra militare in Germania porterà Gardner ad acquisire via via una vasta esperienza anche come psichiatra forense e come psichiatra infantile forense nel supporto alle famiglie dei militari USA durante la Guerra fredda. E’ l’autore stesso a raccontare che il suo colonello – cui non stava molto simpatico –  decise di assegnarlo a seguire i casi forensi sostanzialmente perché li riteneva materia di minore interesse, e difatti l’autore ringrazia ironicamente il suo colonello per questo episodio di “mobbing” che gli ha in effetti fornito l’occasione per acquisire la grande esperienza che ha poi costituito le fondamenta della sua professione di successo.

Tornato in patria nel 1963 Gardner otterrà un insegnamento come “professore clinico di psichiatria” presso la prestigiosa Columbia University di New York; il titolo corrisponde approssimativamente al nostro italiano di “libero docente” o “professore a contratto” con cui le università collocavano nell’istituzione anche i nomi di professionisti famosi che non avevano seguito una carriera accademica e che tenevano così seminari per specializzandi o cicli di lezioni professionalizzanti portando nell’università le loro competenze di eccellenza. Gardner fu anche “visting professor” di psichiatria dell’infanzia presso l’Università cattolica di Lovanio in Belgio e tra le sue pubblicazioni troviamo anche libri in tedesco ed altre lingue.

Dagli anni ’70 Richard Gardner, a quell’epoca ben inserito nell’ambiente psicoanalitico del New Jersey e nello storico e prestigioso istituto psicoanalitico

William Alanson White Institute di New York (questo rende ragione della sua rimarcabile capacità di considerare i fattori sociali e familiari oltre alle dinamiche personali intrapsichiche) ha pubblicato diversi libri con Jason Aronson, Batam books, Brunner & Mazel e Basic books (che è un editore di bestsellers ed è un po’ un punto di arrivo nella carriera).

L’autore, da buon americano,  troverà successivamente più vantaggioso pubblicare e commercializzare con una propria casa editrice la Creative Therapeutics i suoi volumi. Palesemente vi era un vantaggio economico per un professionista oramai assai noto grazie a diversi libri illustrati scritti per spiegare ai bambini cosa è il divorzio e per spiegare ai genitori come aiutare i figli in siffatti frangenti. Bisogna anche considerare l’efficacia del sistema di vendita postale negli USA che ben prima dell’era di Amazon che l’ha semplicemente informatizzato e reso planetario, permetteva una distribuzione capillare ai professionisti rispetto anche ad editori importanti, ma comunque settoriali (vedi ad esempio Brunner & Mazel di New York). La scelta si comprende meglio anche se si leggono i suoi libri cosa che permette di notare come l’autore spesso pubblichi ampliamenti ed aggiornamenti di precedenti libri riutilizzandone ampie parti con semplici aggiornamenti con un nuovo titolo, cosa che un editore comune non permetterebbe.

Nel frattempo l’autore scriveva regolarmente per riviste scientifiche, partecipava a dibattiti e congressi presentando i suoi contributi.

Infatti Gardner è autore complessivamente di circa 40 Libri scientifici e divulgativi e di oltre 250 tra capitoli di libro, articoli su riviste scientifiche indicizzate e pubblicazioni d’occasione come le relazioni agli atti congressuali, le conferenze, i dibattiti sul lavoro di altri autori o lettere all’editor su temi molto specifici oggetto di dibattito scientifico.

Il nome di Gardner è associato soprattutto alla definizione della “Sindrome di alienazione genitoriale” (PAS: Parental Alienation Syndrome) ossia la condizione invero frequente per cui nel corso di divorzi o separazioni conflittuali un genitore esercita un condizionamento psichico sul figlio per incidere negativamente sui suoi rapporti con l’altro genitore. E’ interessante seguire i passaggi attraverso i quali l’autore è pervenuto a descrivere questa condizione di rilevanza psichiatrica.

Nel 1976 Gardner scrive un volume sulla condizione dei bambini in corso di divorzio. Nel 1979 l’autore pubblica un volume dedicato al processo di lutto del bambino che perde un genitore.

Nel 1985 l’autore pubblicherà un volume sui disturbi di Ansia da separazione e sempre nel 1985 Gardner descriverà per la prima volta in modo completo la PAS cui negli anni successivi dedicherà osservazioni e approfondimenti in ulteriori pubblicazioni.

La PAS è la sindrome tipica delle condizioni di divorzio che egli osservò e descrisse e che lo ha reso famoso in tutto il mondo.

Bisogna dunque tenere a mente questi temi studiati e approfonditi da Gardner prima della definizione della PAS perché come vedremo essi costituiranno una premessa clinica importante nella definizione della sindrome. Infatti già prima degli anni ’80 l’autore si era reso conto che  esistevano dei bambini che subivano una sorta di lavaggio del cervello da parte di un genitore (in genere la madre o un nonno materno, ma talora il padre). Si trattava prevalentemente di bambini coinvolti in separazioni o cause di divorzio molto conflittuali e protratte in cui sovente la madre o il padre presentavano un disturbo di personalità “Borderline” o affine.

Attualmente è in corso un dibattito a nostro parere piuttosto sterile riguardo all’esistenza stessa della PAS, alla sua eventuale collocazione del DSM V ed alla sua natura di “Sindrome” o “Disturbo”.

Si tratta di una polemica che ha molte ragioni, e non sempre nobili,  a nostro parere di scarsa o nulla rilevanza.

Infatti la PAS a nostro parere non abbisogna particolarmente di essere posta nel DSM V perché in effetti nei DSM precedenti c’è già: infatti pare un sottotipo dei Disturbi d’ansia da separazione che già Bowlby ben descrisse rispetto alla Fobia scolastica nel II volume del suo celebre “Attaccamento e perdita”.

Le ragioni dell’odio

Gardner è molto odiato da tanti soggetti interessati coinvolti nell’epidemia degli abusi (talora non laureati o non molto professionali, altre volte disturbati e qualche volta persino deliranti) perché con un colpo di fioretto svela le loro motivazioni più autentiche secondo una concezione psicoanalitica classica del tutto consolidata e largamente condivisa.

Egli aveva capito chi sono in realtà coloro che proclamano di voler proteggere i bambini e ciò aveva fatto illividire d’odio chi, suonando la grancassa della difesa dei minori, vedeva viceversa palesate le proprie inclinazioni perverse proprio nei confronti di chi diceva a gran voce di voler proteggere.

L’autore infatti aveva capito tutto del sistema degli abusi: gli aspetti politico giuridici, il business, la superstizione con spunti religiosi, i principi teorici inconsistenti, la psicologia new age, la prassi forense.

L’ostensione di un libro di Gardner ad uno di questi sedicenti esperti ottiene pertanto lo stesso effetto dell’ostensione di una Bibbia ad un vampiro (sic): si ritrae un po’, soffia, cerca di coprirsi e di scacciare la vista. La sua magia svanisce, i suoi presunti superpoteri annichiliscono, si sgonfia ed infine implode.

L’autore ripercorre con chiarezza i vari passaggi e i vari contesti delle accuse di “abuso” gettando un raggio di luce sulle zone d’ombra in cui operano anche personaggi senza scrupoli come quando l’autore scrive:

“ C’è un elemento di evidente psicopatia in una persona che vede un bambino di tre anni per pochi minuti e subito dopo scrive una relazione in cui dichiara che un determinato individuo (il padre, il patrigno, l’insegnante della scuola materna ecc.) ha abusato sessualmente del piccolo. Questo atteggiamento implica  un meccanismo di coscienza deficitario”.

Questa è una valutazione della tecnica più comune che capita sovente di osservare, ma i passaggi più difficili da digerire, quelli che fanno soffiare di rabbia repressa gli abusologi, sono i passaggi in perfetto stile psicoanalitico in cui Gardner esplora le motivazioni profonde ed inconfessabili di chi ha votato se stesso all’abusologia come sistema di ideologia.

“Ogni volta che l’accusatore espone una denuncia, è probabile che abbia un’immagine visiva interna del rapporto sessuale. In ogni replay mentale, l’accusatore gratifica il desiderio di essere impegnato in queste attività, in cui l’abusante è coinvolto nella propria immagine visiva.

Un esempio di processo di gratificazione diretta, facilmente accettabile dalla maggior parte delle persone,  è il cinema. Dopo tutto, siamo normali, sani, eterosessuali e quelle persone raffigurate sullo schermo sono anch’esse normali, sane ed eterosessuali. Ma lo stesso meccanismo sottostà al ruolo delle immagini visive dei rapporti sessuali pedofili. Ogni volta che si evoca un’immagine visiva di un bambino che subisce un abuso sessuale, vengono gratificati indirettamente gli impulsi pedofili. Concordo con Freud che tutti i neonati sono dei perversi polimorfi e credo che noi tutti abbiamo, al nostro interno, degli istinti pedofili. Le persone che manifestano una forte tendenza in tale area, hanno maggiori probabilità di aver bisogno frequentemente di queste immagini visive, e pertanto è più probabile che siano disposte a partecipare alle false denunce di abuso sessuale. Se il bisogno è consistente, è disposta a ‘sospendere l’incredulità’ e ignorare le informazioni che possono suggerire che il presunto colpevole, in realtà, è innocente. L’identificazione di se stessi in queste immagini può avvenire con entrambi i partecipanti: quindi sia con il bambino che con il presunto abusante. L’identificazione con il bambino permette di gratificare il proprio desiderio di essere l’oggetto passivo di un rapporto sessuale, mentre quella con il presunto abusante consente di gratificare il desiderio di essere il seduttore che abusa di un bambino. Quando ci si identifica con la ‘vittima’ si sta fondamentalmente pensando ‘mi piacerebbe che  fosse fatto a me’. Naturalmente per la maggior parte delle persone questo fenomeno è inconscio. Molti provano un senso di colpa troppo grande per i propri impulsi pedofili, per lasciare entrare queste fantasie direttamente nella coscienza: così la formazione di gratificazioni indirette è una modalità di scarica. Gli impulsi sono soddisfatti senza sentirsi in colpa o essere consci che questi risiedono dentro di sé”.

Ma l’analisi di Gardner prosegue elucidando anche altri meccanismi psicologici messi in moto sovente da coloro che si dedicano professionalmente agli “abusi”: ad esempio la proiezione: “Un altro meccanismo operativo nelle false denunce è quello della proiezione – con la quale pensieri e sentimenti cognitivi ed emotivi inaccettabili sono respinti inconsciamente ed attribuiti ad altri. Le persone con un eccessivo senso di colpa o di vergogna per i loro impulsi pedofili, possono proiettare i loro stessi impulsi sugli altri. È come se dicessero ‘non sono io che voglio molestare sessualmente questo bambino, è lui (lei)’. In questo modo gli impulsi inaccettabili sono gratificati, il senso di colpa per questa liberazione è placato e l’individuo si sente innocente. Maggiore è la forza con cui un individuo reprime i suoi impulsi pedofili inaccettabili, maggiore sarà il bisogno di immaginare un’ orda  in continua espansione di ‘pedofili’ che servono come oggetto per la proiezione”.

Secondo Gardner gioca un ruolo rilevante anche la “formazione reattiva, in cui un individuo adotta consapevolmente pensieri, sentimenti e comportamenti che sono opposti a ciò che prova inconsapevolmente. La formazione reattiva è fondamentalmente un modo per rafforzare il processo proiettivo. Fenomenologicamente, coinvolge una condanna ripetitiva di una delle parti, che viene utilizzata come  punto centrale della proiezione. La gente che mostra questo fenomeno sostanzialmente dice: ‘se c’è una cosa che io odio in questo mondo è la pedofilia. Di conseguenza mi dedicherò al suo sterminio anche se sarà necessario usare tutte le mie energie.’  Vengono intraprese campagne di diffamazione e di convincimento. L’obiettivo finale di questa nobile causa apparente è eliminare completamente ‘tutti i maledetti pedofili dalla faccia della terra.’ Psicologicamente, questi individui lottano per reprimere i loro stessi inaccettabili impulsi pedofili che premono continuamente per essere realizzati. Durante le arringhe contro i ‘pervertiti’ che sono l’oggetto del loro disprezzo, essi spesso accrescono il loro livello di eccitazione che può facilmente essere riconosciuto come sessuale”.

Ma come la storia insegna lo spirito illuminista, la flebile luce della ragione, corre sempre il rischio di soccombere alla folla paranoica ed alla mano di singoli fanatici.

Negli USA si rinviene una certa tradizione di omicidi tentati e riusciti nei confronti di figure carismatiche o comunque tali da assumere tale veste simbolica nell’immaginario collettivo: Abraham Lincoln, John F. Kennedy ne costituiscono il paradigma, ma anche Martin Luther King, Robert Kennedy, Malcom X sono figure di leader caduti in complotti e attentati volti ad impedire qualche emancipazione ed a invertire il corso della storia. Tutti oltre ad essere uccisi sono stati anche diffamati da vivi e da morti al fine di ridurre la loro credibilità, di colpirli quando non potevano difendersi.

In questo Gardner è in effetti una figura di secondo piano rispetto ai personaggi storici sopracitati, ma di estremo rilievo nel suo ambito specialistico e professionale per la completezza e lucidità del suo contributo alla comprensione di un fenomeno che ha riesumato in tutto il mondo industrializzato le paure superstiziose ed il buio della ragione del 1400.

Per meglio comprendere la situazione bisogna partire col ricordare la campagna d’odio scatenata dalla femminista Diana Russell nei confronti di Larry Flint dopo che il fondatore di Hustler vinse avanti alla Corte Suprema la sua battaglia per la libertà di espressione: un fanatico anti-porno non rassegnato al parere dei supremi giudici sparò a Flint senza riuscire ad ucciderlo, ma lasciandolo paralizzato. Negli stessi anni vi furono diversi casi di fanatici dei movimenti fondamentalisti per la vita (da non confondersi assolutamente con i movimenti del nostro paese) americani che uccisero medici abortisti nella disattenzione di sceriffi corrivi che svolgevano indagini carenti.

Dagli assassinii perpetrati dal Ku Klux Klan sino all’attentato di Oklahoma City e ad una miriade di attentati minori negli Stati Uniti esiste il problema di un fanatismo anarcoide-individualista che talora prende l’aspetto di movimenti neonazisti, talora di femminismo radicale, talaltra di fondamentalismo religioso.

 Richard Gardner morì in questo modo: il suo corpo fu trovato nella cucina di casa sua con ferite inferte con un coltello da macellaio sulla nuca e sul collo, di lato nella zona giugulare ed infine quattro ferite al petto nella zona cardiaca con una fatale in cui la punta era penetrata profondamente nel cuore. La morte fu archiviata rapidamente come suicidio; come per certi suicidi eccellenti italiani il figlio dichiarò, terrorizzato dall’ apparente scarso interesse mostrato dall’ufficio dello sceriffo, che probabilmente il padre si era suicidato avendo saputo di soffrire di una malattia degenerativa.

Bisogna però fare alcune riflessioni: Gardner era un medico militare, conosceva quindi molti modi per morire in maniera semplice ed indolore come medico e poteva anche disporre dei farmaci o di quant’altro fosse necessario qualora avesse deciso di morire di sua volontà. Oltre a questo come ex militare egli aveva ampia dimestichezza con le armi da fuoco ed ovvia disponibilità delle stesse. Pare illogico ed improbabile quindi che potesse scegliere di colpirsi molte volte con un coltello da cucina, prima da dietro, poi di taglio al lato del collo ed infine diverse volte al cuore dopo diversi tentativi che avevano comportato anche l’incisione di alcune costole. Si tratta apparentemente di quello che in Italia si definisce un “suicidio eccellente” avvenuto in un’epoca in cui diversi fondamentalisti avevano ucciso medici e che è terminata quando è stata eseguita la prima condanna all’iniezione letale di un fanatico che uccise un medico di una clinica ginecologica che praticava aborti. Almeno un altro attivista fondamentalista attende nel braccio della morte; senza l’ impunità legata a condotte corrive le serie di omicidi perpetrati dai moderni assassini delle sette religiose fondamentaliste si sono ridotte immediatamente.

Gardner in un certo senso ha scritto il proprio epitaffio quando descrisse nel libro che abbiamo citato l’overkilling maniacale degli attivisti fondamentalisti, di quegli esaltati che sono attratti morbosamente dalla pedofilia e se ne occupano tutti i giorni “per difendere i bambini”, che hanno la mente ubriacata di scene di violenze sui bambini, che ne immaginano sempre di nuove e sempre di più aberranti dietro la foglia di fico dell’attivismo politicamente corretto.

 Infatti: “La rabbia si alimenta da sola quando si accumula in stati di odio ed esaltazione, la sua scarica va al di là dello scopo originale. Una pugnalata al cuore è generalmente sufficiente ad uccidere un individuo, una dozzina di pugnalate non hanno nessun scopo ulteriore per ciò che concerne l’obiettivo originale. Tuttavia le ulteriori undici ferite sul petto risultano dallo sconvolgimento provocato dalla rabbia correlato al fenomeno dell’auto alimentazione a feedforward”.

Proprio come si evince dal referto dell’autopsia di Richard Gardner.

ΦφΦ

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Stop alla violenza

Noi dell’Associazione DonneContro – Movimento Femminile per la Parità Genitoriale diciamo

STOP allaViolenza di qualsiasi tipo e contro qualsiasi genere

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La Machiavellica

Dal blog della Dott.sa Valentina Morana  

alicenelpaesedelgenoma.org

13 ottobre 2012

Tutta Italia parla del caso di Leonardo, il bambino di Cittadella. Fa sorridere, per non dire altro, che la politica improvvisamente si sia accorta di cosa succede ai bambini carcerati in comunità. Sono anni che combatto per questo e così anche associazioni e società civile. Senza mai ottenere niente. Adesso se ne accorgono.

Ho letto in rete e sui giornali molte notizie e ho visto i filmati. Mi sono anche guardata registrazioni televisive sull’argomento della giornata di ieri e ho studiato il linguaggio del corpo di tutte le persone intervistate. E così confermo quello che dicono i miei alleati di lotta e cioè che la cosa è stata preparata prima. Partiamo dal principio che quello che ha vissuto il bambino è un vero trauma e che i traumi rimangono se non sono affrontati (me lo confermano le osservazioni degli adulti che li hanno vissuti da bambini e non solo: basta leggere quello che dicono le neuroscienze a proposito dei traumi e delle implicazioni psico-fisiche che comportano). Leonardo ha vissuto violenza da tutti gli adulti presenti. Chi con responsabilità diretta, chi con responsabilità indiretta. Non sono situazioni facili per nessuno ma questa cosa succede da anni a molti bambini e deve finire. Non mi interessa di chi è la colpa, a me interessa il bambino. (…..) (continua a leggere qui)

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Angela

Riceviamo e volentieri pubblichiamo……..

I recenti fatti di cronaca squarciano violentemente un velo di ipocrisia che troppi hanno interesse a mantenere, spesso come un tappeto sotto cui si continua ad immagazzinare polvere, ben sapendo che prima o poi la polvere sarà più alta di questo tappeto, ed emergerà.

Voglio sperare che il coraggio di coloro che hanno deciso di pubblicare questo video, serva a svegliare le coscienze, ma soprattutto che serva a stanare la latitanza delle istituzioni sulla materia della famiglia e dei bambini contesi.

Molti gridano allo scandalo perchè non bisognava pubblicare un video così scioccante….ma dove siamo arrivati!! A confondere la causa con l’effetto, a confondere il sintomo con la malattia, a confondere l’egoismo con l’amore.

Il buon Re Salomone inorridirebbe, non tanto per la diatriba, che evidentemente già ai tempi suoi era attuale (in quel caso due donne che si contendevano un figlio) ma quanto per la cecità e l’incapacità dei giudici, dei servizi sociali e di tutti quelli che dovrebbero aiutarci in particolari momenti di debolezza e difficoltà che ci fanno perdere il senso della realtà, facendoci comportare in maniera inqualificabile.

Lui sì, l’aveva risolta proponendo alle due donne di squartare in due quel bambino e darne una metà a ciascuna delle due. Ma una delle due si oppose, pregandolo di dare il figlio all’altra.

Così capì chi era la vera madre, ma poi ebbe il coraggio di prendere la sua decisione e di consegnarlo “intero” a quest’ultima.

Ora mi chiedo se è solo merito di Re Salomone, o se a quel risultato hanno contribuito anche le due donne: la prima, la vera madre, perché ha avuto il coraggio di rinunciare al figlio per la sua salvezza e la seconda perché dopo il giudizio si è ritirata in buon ordine, accettando la sentenza.

Ora lo stesso si ripete troppo frequentemente fra un uomo e una donna, ma la cosa non cambia. Esistono ancora persone che per il “bene superiore” di un figlio saprebbero rinunciare a lui? Esistono ancora giudici che hanno il coraggio di proporre sfide così impopolari per valutare chi è in grado di fare il genitore e chi no?

Mi è bastato vedere quei pochi secondi di video per rendermi conto che, quello che evidentemente il giudice ha capito in anni di istruttoria e perizie, è vero e sacrosanto; quella madre non è in grado di fare la madre!

Lo dimostra il fatto che è arrivata fino al punto di far intervenire le forze dell’ordine per far prelevare il figlio, anziché prepararlo con amore di madre al fatto che bisognava rispettare un provvedimento per il suo bene.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg di tutti quei sordidi e velati atteggiamenti che hanno portato il figlio a rifiutare di vedere il padre. Purtroppo l’unico a pagare sarà questo povero bambino che è stato ammaestrato ad essere lontano dal padre, a rifiutarlo, ad opporsi ad andare con lui.

Il provvedimento è giusto, non sono giusti i mezzi per attuarlo. Se esistesse una “prevenzione”, se le sanzioni per quella donna fossero scattate al primo comportamento illecito e lesivo della crescita psichica del bambino, forse non si sarebbe arrivati al punto di effettuare una scissione con l’accetta, non si sarebbe arrivati al punto di vedere scorrere il sangue.

Purtroppo anche quella donna ha ed aveva bisogno di aiuto, prima ancora di arrivare a soggiogare e rendere questo bambino suo schiavo, avrebbe dovuto essere fermata ed aiutata, lei sì, con la forza!

I servizi sociali dovrebbero “impegnare” il loro tempo PRIMA, non “perdere” il loro tempo DOPO.

Si perché è tempo perso intervenire quando il danno è ormai fatto. Qualunque decisione e qualunque metodo adottato per farla rispettare, non fanno altro che fare un ulteriore danno a tutti: in primis al bambino, poi ai due genitori, ai servizi sociali e ai giudici stessi che risultano inefficienti e lontani dalla società e dal buon senso, alle forze dell’ordine che si trovano a dover fronteggiare situazioni per cui non sono preparati (e in verità non lo dovrebbero neppure essere, se tutto si risolvesse con la prevenzione).

Ma quale la soluzione? Dal momento che siamo arrivati al punto di essere una società che ha il culto dell’apparire, dell’avere, dell’egoismo è ovvio che i veri valori ce li debbano di nuovo inculcare, magari “per legge”.

E’ assurdo quello che sto pensando, me ne rendo conto mentre lo scrivo, ma mi pare che siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Noi con le nostre sole gambe o con l’amore o il buon senso, non ce la facciamo più a ritornare. Ci siamo allontanati troppo dal giusto sentiero.

Ci vuole qualcuno che riveda e analizzi i vecchi “valori umani” e ad ogni piccola deviazione ci rimetta in carreggiata, con una sanzione.

Quindi:

– Monitorare subito sul nascere la conflittualità dei genitori e mettere alle loro calcagna qualcuno che dia loro una punizione ad ogni piccolo comportamento antieducativo o lesivo dell’armonico sviluppo del bambino.

Perché si monitorano per anni i genitori adottivi, a tutela dei figli adottati, e si abbandonano i figli naturali alla follia dei genitori? non hanno lo stesso diritto di tutela?

Se questo fosse avvenuto, non si sarebbe arrivati alla scena truculenta di un bambino prelevato a scuola dalle forze dell’ordine.

Se quella madre fosse stata affiancata e corretta già molti anni prima, si sarebbe salvaguardato il legittimo diritto del figlio ad avere anche un padre, ma non imposto con la forza o per legge, bensì con il cuore e con il desiderio di averlo.

La correzione avrebbe potuto avvenire con il supporto psicologico alla madre stessa ed eventualmente anche con sanzioni, nel caso di resistenza. Per esempio con l’allontanamento per brevi periodi del bambino, o con la sospensione dell’assegno di mantenimento fino al momento di un giusto atteggiamento genitoriale.

Ma siamo anche noi che accettiamo inconsapevolmente certi luoghi comuni, e siamo tutti colpevoli. Io mi metto per prima nella lista dei colpevoli: non più di due sere fa ho sentito durante una cena una donna che asseriva che suo figlio si rifiutava di vedere il padre, che lei non ha fatto nulla per farli allontanare, ma che la colpa era solo del padre.

Ho taciuto, ma è stato un grande errore. La prossima volta che questo mi capiterà io replicherò.

Non è un atteggiamento da buona madre lasciare che il figlio decida se vuole o non vuole vedere il padre. E’ solo un alibi per non avere sensi di colpa, è solo l’ennesimo tappeto che il figlio ti porge per metterci sotto la polvere:

In realtà sei tu che gongoli perché ha deciso tuo figlio! Tu non sei colpevole.

Una buona madre avrebbe atteso un momento di disponibilità e intimità con il figlio per parlargli, ascoltare le sue ragioni, e difendere il padre dal giudizio negativo del figlio, anche nel caso in cui fosse stato in torto marcio.

Chi si comporta male a volte lo fa senza valutarne le conseguenze, quindi ha diritto di essere compreso e difeso, soprattutto perché è meglio avere un genitore che commette errori, che non averlo, o peggio avere un genitore denigrato.

Quasi sempre i bambini piangono, si ribellano il primo giorno di scuola o di asilo, e cercano in tutti i modi di ottenere qualcosa che è contrario al loro bene: non andare a scuola.

Ma noi li riportiamo a casa o facciamo capire loro che è per il loro bene che li abbiamo condotti lì?

E se lo riportassimo a casa, non verremmo obbligati per legge a comportarci da genitori?

Allora se un bambino non vuole vedere il padre e noi mamme lo riteniamo una sua legittima scelta, siamo complici di questa scelta e dovremmo pagarne tutte le conseguenze, civili, penali e MORALI.

Angela

ΦφΦ

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Figli di genitori separati, per un affido condiviso davvero


È passato un anno da quando ci siamo visti in Piazza Montecitorio con le associazioni dei genitori separati. Un anno in Italia è un periodo purtroppo considerato breve per i tempi legislativi e per quelli giudiziari, ma è un’eternità per chi deve vivere giorno dopo giorno separato dai suoi cari, dai figli, dai genitori, dai nipoti. Una tortura che non si può comprendere a pieno e che è davvero ingiusta.Come già in precedenza, nell’anno trascorso ho cercato di seguire da vicino le vicende di questa drammatica situazione che coinvolge centinaia di migliaia di persone andandole a toccare nei loro sentimenti più intimi senza che ci sia alcuna possibilità di ripagare in nessun modo il tempo ormai fuggito.

rocco buttiglione – figli di genitori separati per un affido condiviso davvero

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In silenzio

Sto assistendo

ad un dialogo tra due Donne che non potrebbero essere, a prima vista, più diverse l’una dall’altra. Eppure sono così in sintonia.

S’incontrano

su un terreno accidentato, ma proseguono nel cammino della conoscenza e della condivisione.

Osservo in silenzio

con reverenziale rispetto per queste due persone che rivelano una grande intelligenza che certamente le contraddistingue.

Le guardo

raccontarsi e rimango in silenzio per non disturbare una meravigliosa energia che va dall’una all’altra e si trasmette a me che le osservo.

In silenzio.

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Il giorno dopo

 Rispetto e partecipazione per gli interventi dal palco,  solidarietà tra i gruppi,  nessuna prevaricazione da primadonna.

Si sono stretti patti di collaborazione, la piazza era viva e nelle storie drammatiche nessun piagnisteo o lacrimarsi addosso per chiedere pietismo, ma solo forza, proposte e vitalità, con la capacità di trovare nonostante tutto ancora un sorriso.

Questo è stato il Pantheon: un convivio di idee e solidarietà, tutti in piedi tutti attivi  nessuno seduto ad attendere all’ombra, ma attivi alla luce del sole.

Tutti con uno solo proposito di una VERA BIGENITORIALITA’ PRESENTE

ΦφΦ

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Oggi 4 ottobre 2012 Siamo a Roma per voi….. Bambini

Oggi 4 ottobre 2012 siamo a Roma per voi…. Bambini.

L’Associazione DonneContro – Movimento Femminile per la Parità Genitoriale è oggi a Roma nella piazza del Pantheon a Manifestare il proprio sostegno ad una Legge più giusta e corretta che garantisca ai bambini la vera Bigenitorialità.

Questo è il nostro materiale in distribuzione.

 

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