Buon 8 marzo: perché l’amore non si divide, ma si moltiplica.

“Se adesso mi faccio male vedrai quanto si arrabbia con te papà”: è stato questo il tuo benvenuto, in piedi sulla vasca da bagno, pronto per saltare giù. Avevi cinque anni ed il futuro era un grande punto interrogativo. Ma amavo il tuo papà ed il rosso era il nostro colore preferito, adoravamo il pollo con le patatine fritte e la maionese ed avevamo entrambi una curiosa riga sul naso che compariva ogni tanto, senza un perché. Mi sembrava una buona base di partenza.

Incontrare una persona separata con un figlio apre una voragine di pensieri inattesi. Perché è equilibrismo allo stato puro ed il rapporto incredibilmente denso che avevi – e hai tuttora con il tuo papà – mi faceva una gran paura. C’è stato poi un vestito estivo stropicciato a forza di averti in braccio; il complimento più bello che abbia mai ricevuto in tutta la mia vita; le tue manine fumanti in inverno che si allungano verso le mie, mentre dici con un tono fintamente sdegnato: “Dammi qua che te le scaldo”. E ho capito che non c’era niente da avere paura. Perché l’amore non si divide, ma si moltiplica.

Sei un compagno d’avventura speciale, capace di sciogliere con semplicità le questioni più complicate. Come quando hai risposto ad uno sconosciuto che mi cercava al cellulare: “Aspetta che te la passo. Chi sono io? Un suo grande amico”.
Per me – che ho passato anni a chiarire, a precisare, a giustificare, a trovare le definizioni corrette per non urtare la sensibilità di nessuno – è stato sorprendente.
Ed è stato proprio quando ho smesso di pensare, che è stato possibile sentire.
E’ quando ho smesso di vedere se mi davi un bacio oppure no prima di andare, che non ne hai più dimenticato nemmeno uno.
E’ stato da quando ho smesso di temere il tuo giudizio – perché è vero che siamo amici, ma è anche compito mio darti delle indicazioni – che te ne esci con frasi capaci di far fare al mio cuore mille capriole.

Perché scrivere questo post? Perché vorrei che chi si trova in una situazione simile alla mia – o magari più difficile, perché non tutti sono fortunati come lo sono stata io – sapesse che c’è sempre un momento in cui la vita restituisce l’amore dato. Con gli interessi.
E perché vorrei dire a chi ancora se ne esce con un “mi dispiace, non lo sapevo” – quando spiego che non sei mio figlio – che non c’è niente di cui dispiacersi. Perché l’amore di un bambino nei confronti dei propri genitori è praticamente scontato.
Il nostro invece l’abbiamo costruito insieme pezzetto per pezzetto. Con qualche fatica e tante risate.

[Autrice: Silvia Conotter]

“Madre” Natura non ha pregiudizi…

Cavallucci marini: è il maschio a partorire 

Gli ippocampi si differenziano dal resto del mondo animale; invece della femmina, è infatti il maschio che partorisce e si prende cura dei piccoli.
Sono tra gli animali più eleganti e fragili del mondo marino, e anche tra le creature più difficili da studiare: ma ricercatori britannici hanno svelato uno dei più grandi misteri che circondano i cavallucci marini, o ippocampi, quello della loro riproduzione.
Un’attività in cui i cavallucci marini, strettamente monogami, si differenziano dal resto del mondo animale, con il maschio che tiene nel suo grembo, partorisce e si prende cura dei piccoli, invece che la femmina.
Finora gli ittiologi ritenevano che la fecondazione tra ovuli e sperma avvenisse nella cavità addominale dell’ippocampo maschio, dove la femmina deposita i suoi ovuli. Ma osservazioni più accurate hanno mostrato come il seme viene prima espulso in acqua dal maschio, prima di risucchiarlo nella cavità dove avviene la fecondazione.
[…]

(Testo tratto da qui: Fonte: Lanci – Giornale Tecnologico)

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(Immagine tratta da Wikipedia)

Il PUBBLICO IMPIEGO della maternità

Il PUBBLICO IMPIEGO della maternità

 di Arianna Brambilla*

Il fatto è della cronaca recente, il titolo sensazionale, il contenuto – se confermato – da vergogna e gogna.

Riassumo da più notizie di carta stampata, comunque tra loro congruenti.

Una dipendente di un ospedale universitario (che è “cosa pubblica”) ha prodotto PER ANNI false dichiarazioni mediche attestanti malattie, gravidanze complicate e maternità inesistenti. Ha pertanto goduto – indebitamente – di ciò che la legge garantisce alle donne in attesa, e ha goduto – indebitamente – degli sgravi fiscali per figli a carico.

Immagino che, per le sue assenze, sia stata sostituita da un “contratto a termine” che viveva e vive con la “Spada di Damocle” sulla testa perché se sostituisci sei solo un/a precario/a e nessuno ti trasforma il lavoro in qualcosa di stabile.

In tempi di vacche magre capita anche che non ti sostituiscano affatto: ci devono pensare i/le colleghi/e. Quelli/e che, magari, tengono davvero famiglia (e casa) ma che devono, per forza di cose, coprire chi è assente, facendo ore e turni in più.

Se il “falso ideologico” – come è stato definito dai NAS – va avanti per anni, non è che siamo proprio in presenza di un momentaneo stato di necessità o di una transitoria perdita della capacità di intelletto poiché occorrono: lucidità (per mantenere in piedi un castello complicato), una non comune capacità di convincimento e una memoria di ferro, oltre ad una buona dose di furbizia o di intelligenza perversa.

Se il “falso ideologico” va avanti per anni siamo in presenza di quello che la gente comune chiama, con invidiabile capacità di sintesi: “presa per il culo”.

Complice – ed altrettanto colpevole – chi non ha vigilato, verificato, ma si è limitato a fingere di non vedere e, prendendo una penna, ha pigramente prescritto e giustificato. Per uno che si approfitta esiste un altro che glielo permette.

Ma, al di là dell’aggiungere un altro tassello alla vergogna di provare a definirsi abitanti di questo Paese, è lo strumento usato per la truffa che dovrebbe far riflettere.

La signora in questione, a quanto pare, ha usato la “maternità” per imbrogliare, fannullare e campare sulle spalle dell’altrui lavoro; situazione che, similmente a prima, l’uomo della strada definisce semplicemente: “RUBARE lo stipendio ed il posto”… a chi è più meritevole.

Ma come… Ma se sono mesi che si celebrano le donne oneste, le donne buone, le donne di qui e di là… che pare, a momenti, quasi un miracolo se non siamo già tutte estinte a suon di femminicidi…. e poi? E POI? Ti trovi di fronte a fatti così?

Le donne buone, le donne oneste, le donne che sono madri… ahhhhh eccolo l’inghippo!!!

Questa truffatrice mica è madre! Dunque ecco come si salva, in corner, la categoria! La signora in questione diventa improvvisamente “una di quelle là” che i figli non ce li hanno (ma certo non si può definire esattamente una “carrierista”). Pertanto trattasi solo di una povera carogna incarognita… ergo, non vi è da stupirsi che si sia comportata così.

Invece c’è da stupirsi eccome: perché la signora sa benissimo di cosa servirsi, sa perfettamente quale sia oggi in Italia l’arma vincente da brandire.

Se dice di essere mamma, se lo sostiene, se lo fa anche e solo semplicemente intuire, la strada diventa improvvisamente facile, facile, facile.

La “maternità” vera (ma anche presunta), come dimostra la cronaca, ammanta di sacro potere e pone in una sorta di immunità: si entra nel mondo dove tutto è dovuto, dove la ragione marcia a senso unico, dove la tutela esiste a prescindere dalla necessità.

Un meccanismo nato, giustamente, per offrire garanzie in un periodo delicato per la salute femminile e per i conseguenti riassesti familiari, si rivela uno strumento che può agevolare il parassitismo, se opportunamente ed astutamente manipolato. In questo caso sul lavoro – in altri casi: nella famiglia separata o divorziata – si tramuta in una serie di ricatti emotivi ed economici di cui si ha quotidiana testimonianza, ormai.

Come detto in precedenza: per un tizio che si approfitta esiste un altro tizio che glielo permette… ma non sempre si tratta di “un tizio” in carne ed ossa.

Il sistema di tutela della maternità è fallace: parte da presupposti (anche da pregiudizi), quindi concede solo ad alcune privilegiate e non ad altre (prima discriminazione), successivamente non vigila, infine è caratterizzato da usanze stantie e consuetudini giuridiche; è sessista, pure. E può essere usato per scopi illeciti.

Colpisce molto anche il fatto che l’abuso di un diritto crei danni ad altre persone, ma questo passa ignobilmente sotto silenzio: solo il danno erariale turba il sonno delle Istituzioni che vanno prontamente – solo in questo caso – a batter cassa.

Ma per i danni morali causati da una persona che si sente in diritto di agire cosi, che sa dell’esistenza di parole che, se pronunciate nelle sedi opportune, garantiscono diritti ed esenzioni, chi si fa avanti per pretendere ammenda?

Il comportamento di questa persona ha danneggiato i colleghi, ma anche un’intera categoria professionale; ha danneggiato le donne e le madri che vivono onestamente. E, soprattutto, è un comportamento che la sua famiglia ha accettato, magari incoraggiato, certamente taciuto.

Se e quando questa signora diventasse madre davvero, che valori etici e sociali trasmetterebbe alla prole?

Il modello offerto da persone così è da considerarsi un impatto devastante per la generazione successiva che assimilerà questi comportamenti come “naturali e familiari”.
Tutto il sistema della tutela della maternità e della obsoleta e fallimentare abitudine a non verificare (e a tutto concedere) va rivisto, e con urgenza, in un’ottica di equità e,  soprattutto, di dignità della persona.

Oggi abbiamo visto una signora che, con l’abuso di potere di una millantata maternità, ha indebitamente sottratto lavoro e stipendio per anni. Non escluderei proprio che ne esista qualcun altra che usi similmente la maternità per trattenere case, stipendi e figli che sono anche di altri.

Può farlo, in fondo: lei è mamma.

* Vice Presidente Associazione DonneContro – Movimento Femminili per la Parità Genitoriale e Vice Presidente Associazione FigliperSempre – Milano Monza e Brianza