Su “F” Laura Pigozzi parla del rapporto tra padri e figli

Cari padri, cercate di non copiare le mamme. E siate voi stessi.

Siamo passati da un eccesso all’altro.
Prima i papà erano severi e autoritari.
Oggi invece sono troppo affettuosi.
E, secondo la psicoanalista Laura Pigozzi, non sono più in grado di aiutare i figli a crescere e spiccare il volo.

copertinaF

articolopte1

articolopte2

Annunci

Su “F” una lunga intervista sulle matrigne a Laura Pigozzi

La matrigna non ci fa più paura. Perché può aiutarci a diventare donne molto sicure.

Non è la prima moglie né la madre naturale. Spesso è al centro di guerre familiari, quasi sempre è considerata dalla ex una pericolosa rivale. E, invece, per una ragazza, è capace di rivelarsi una preziosa alleata. Perché sa dirle no al momento giusto e insegnarle i segreti della femminilità. A patto, però, che gli adulti sappiano gestire i loro ruoli. Ne parliamo con la psicoterapeuta Laura Pigozzi.

F - 20 settembre 2013

articolo pte1

articolo pte2

articolo - pte3

Metro news – Vere Famiglie tra Separati

Articolo uscito questa mattina su Metro a firma di uno dei Vice Presidenti dell’Associazione DonneContro Movimento Femminile per la Parità Genitoriale; illustra le famiglie che costruiscono un nuovo nucleo dopo la fine di precedenti unioni, affrontando problematiche inerenti il quotidiano: i figli (sia quelli nati dalle unioni precedenti sia quelle dell’attuale), le famiglie di origine e le difficoltà economiche che, a volte, si sommano.

Abbiamo parlato di noi: uomini, donne, bambini e ragazzi… Madri, Padri, Figli.

◊ ◊ ◊ ◊ ◊

editorialeBesana  

Dal Blog Al di là del Buco ~ Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi – Quello che le “madri separate” dicono delle “nuove compagne” (dei loro ex)

Dal Blog Al di là del Buco ~ Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi

Le mamme sono sacrificatissime mentre crescono i figli. Madonne delicate che mai e poi mai proferirebbero parole d’odio nei confronti di nessun@. Angeliche e perfettissime creature quasi asessuate che vigilano sul bene dell’umanità tutta. Non hanno rancore. Sorridono al mondo. A loro non si può affatto attribuire il termine “possesso” (giammai, figuriamoci!). Non declinerebbero anacronistici e stereotipati ruoli di genere neanche se le pagassero. Brillano di luce limpida e gioiscono delle gioie altrui con mani sante protese all’ascolto e alla comprensione del mondo intero. Codeste sono poche, candide, meravigliose, parole che è bene condividere per spartire tanto luminoso estro e tanta bontà con tutte le persone che – ed è un peccato – non hanno avuto modo di essere toccate dalla loro unica e irripetibile sensibilità.

Ecco, le loro parole, i loro straordinari, complessi, pensieri nei confronti delle nuove compagne:

Prosegue qui

By TiffanY

EXTREME IRONING – di Francesca

(Ci invia una nostra amica  questo scritto che condividiamo.)

L’altro giorno, complice un articoletto e un ricordo, è iniziato un viaggio nel tempo. Un viaggio che pensavo fosse INDIETRO nel tempo.

Un viaggio che riporta in auge un modello classico di donna, intramontabile, passe-partout come il beige, come un filo di perle, un filo di trucco, un filo di tacco.

C’era una volta una donna veramente realizzata. Che gestiva in piena autonomia la casa e la numerosissima prole, contando sul sostentamento che l’amorevole marito – sposato in chiesa e con abito bianco – portava debitamente a casa.

Una donna che, a partire dal primo anno di matrimonio, avviava una gravidanza dietro l’altra, fornendo anche il suo supporto mammellare a signore meno fortunate dal punto di vista della produzione latto-casearia, o molto più ricche, e che pertanto non dovevano darsi alla produzione latto-casearia.

Una donna che viveva appieno la sua sessualità: chiudeva gli occhi e mormorava la formula magica “non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio”.

Una donna gourmand: alle sei del mattino il tintinnare di stoviglie e pentole lasciava presagire profumi sopraffini che si sarebbero sprigionati a cena. Che sapeva scegliere il pollo migliore, a colpo sicuro, tra le decine del pollaio e trasformarlo, con pochi gesti sapientemente crudeli, da coccodè ad arrosto (tenendo da parte le piume).

Una donna salutista: che era consapevole della necessità di un unico pasto al giorno, alla sera, per il ritorno al desco familiare del suo sposo e della prole tutta. A lei, a pranzo, bastava un poco di pane e latte.

Una donna orgogliosa e indipendente: chiedeva, con dolcezza, che le venissero lasciati pochi denari per acquistare il pane quotidiano.

Una donna colta e raffinata, con interessi vari, come andare al rosario nel mese mariano e al cimitero al venerdi, sempre che il suo devoto sposo l’accompagnasse.

Una donna ecologista: che sapeva liberarsi della schiavitù degli elettrodomestici, e conosceva il potere sbiancante della lisciva e della cenere, e rendeva le lenzuola di lino immacolate, rigorosamente a mano.  Estate o inverno che fosse.

Una donna attiva ed organizzata: la sua giornata e i suoi interessi non finivano solo perché calava il sole: ricamare, rammendare, riassettare, ripiegare erano gratificanti attività che si svolgevano senza turbare il silenzio del sonno altrui.

Una donna in salute e capace di preservarla, perché tra il veterinario ed il ginecologo, chiaro che, dovendo scegliere in caso di necessità, chiami il veterinario, ché se moriva la vacca era la fame.

Una donna meditativa e filosofa, consapevole del valore del silenzio – il suo – e dell’ascolto di ciò che raccontavano – gli altri.

Una donna alla moda, che si faceva gli abiti da sé, perché aveva davvero buon gusto e le mani d’oro, e una eredità da trasmettere alle figlie femmine. O almeno preparare loro la dote: se non ti sposi che farai da grande???

Ecco… capita che una donna così, qualcuna voglia ancora esserlo, oggi come oggi.

Maledetto l’uomo nella sua più profonda malignità evocò il demone del femminismo perché le donne potessero studiare, lavorare, guadagnare, vivere da sole se lo desideravano, viaggiare, avere figli o meno e … votare!
Che volgarità!

Maledetti – soprattutto – i padri che vogliono occuparsi dei figli, ché altrimenti alle donne tocca uscire di casa e farsi pure una posizione!

E non pago, l’uomo impose le quote rosa, per impedire che le donne potessero realizzare se stesse stirando furiosamente.

TREMATE TREMATE …. Le streghe son arretrate. by Arianna Brambilla ©

Mi è capitato recentemente di leggere una cosa, in rete, a dire la verità mentre cercavo informazioni differenti. Non mi soffermo sul contenuto, anche perché – appunto – lontano da quanto mi interessa.

Tuttavia l’articoletto rimandava uno strano senso di familiarità quindi ho letto fino in fondo .

Era ben lontano da ciò che frequento, e a dirla tutta anche ben lontano da una prosa che per mio gusto possa essere definita accettabile. Questa è comunque   una opinione personale, pertanto inattaccabile, perché fino a prova contraria ognuno ha diritto a pensare quello gli va.

E gira che ti rigira, finalmente nel pensatoio per eccellenza che ogni casa dotata di bagno ha, mi è balenato il perché quell’articoletto mi suonava tanto familiare. E’ stato come fare un viaggio all’indietro nel tempo, ad un ricordo d’infanzia che non praticavo da molto.

Mi ha ricordato un libricino. In brossura, niente di che, la copertina rappresentava una rosa rosa, sproporzionatissima rispetto allo stelo, su uno sfondo azzurrino stinto. Il titolo era stampato in alto, a lettere cubitali nere, in un carattere asciutto e poco accattivante che oggi nessuno userebbe.

Apparteneva – credo ce l’abbia ancora, come “souvenir del tempo – a mia mamma, era uno degli acquisti o regali dei primi tempi del matrimonio e ricordo che a me, da bambina, piaceva sfogliarlo.

E siccome ho imparato a leggere prima di andare a scuola (merito anche di un tempo che fu, in cui non c’era la TV e soprattutto, quando c’era, era limitata alla canonica “un’ora al giorno”) e  non avendo il cervello pastorizzato di cartoni e pomeriggi 1,2,3,4,5 e dovendo ingegnarmi a trovare cose divertenti da fare ogni tanto mi leggevo questo libricino.

Era una sorta di agenda del buon matrimonio, con consigli di ogni tipo che andavano da come smacchiare il tappeto, a come mettersi l’eyeliner, a come accogliere gli ospiti per il “cocktail”. C’erano anche le vignette con giovani sposine ben vestite, con la minigonna e i capelli cotonati, e ciglia lunghissime, e ricordo che a me da bambina sembrava fikissimo pensare che un giorno anche io mi sarei vestita e pettinata cosi. Magari servendo un cocktail.

Se ci ripenso era scritto in toni mielosi e con l’uso di una terza persona impersonale (non saprei come definirlo) che oggi ritrovo solo in pessimi manuali di cucina e – appunto – in quel famoso articoletto che mi ha consentito il viaggio nel tempo.

Frasi fatte, paroloni insoliti (cosi la giovane sposina si sentiva un po’ acculturata, e soprattutto aveva l’impressione di leggere qualcosa di spessore), e un florilegio di consigli che bene o male suonavano cosi: “la Signora avrà cura di….”, “la vera padrona di casa saprà che….”, “la giovane mamma avrà modo di rivolgersi al marito come….”

Devo ammettere che anche il contenuto dell’articoletto in questione, in materia di rapporti familiari, amore e relazioni coi figli all’alba del 2012 si rivolge alle donne con tematiche e linguaggi di un libricino antico. Perché il libricino con la rosa rosa in copertina, ed il titolo “L’agenda della giovane donna” è dei primi anni ’70.

Le rivendicazioni femministe erano fuori da quel libricino e fuori dal soggiorno con moquette verde e me spaparanzata sopra la moquette che leggevo  e coloravo i vestiti delle signore rappresentate. Le rivendicazioni di uguaglianza, libertà dalla scelta obbligata di avere una famiglia, la rivendicazione non essere la sola demandata alla cura dei figli e della casa, la rivendicazione di non dipendere mai e per nessun motivo da un uomo, erano fuori da quel libricino.

E sono sorprendentemente fuori anche da certi articoli veicolati dalla rete oggi, che al propongono alle donne un modello di vita così moderno da essere fuori tempo già 35 anni fa.

Posso ragionevolmente supporre che a breve ritroverò in rete modernissimi articoli diretti alle giovani emancipate donne d’oggi su come si smacchia un tappeto persiano pasticciato dai figli, (con aceto bianco e sale, per la cronaca, da rovescio) di cui devono aver cura, poiché sono loro e solo loro destinate a tale missione.

PS: le cose che mi sono servite davvero nella vita, non stavano sul libricino. Innanzitutto non ho, né posso permettermi un tappeto persiano, odio il Martini e saprei mettermi l’eyeliner con la “virgola” se non fossi cosi miope da rendere l’operazione impossibile senza occhiali e impraticabile con.

Le cose che mi sono servite davvero nella vita sono queste:

leggi la matematica ti servirà sempre;

impara una lingua straniera, meglio due, anzi tre;

tieni in ordine il posto dove lavori;

mangia le cose tipiche del posto dove sei;

non sei obbligata a frequentare le persone che non ti piacciono;

la prima impressione è sempre quella giusta;

se sai cosa vuoi, il problema è risolto;

se ti serve una cosa, compratela;

lavora e non dipendere da nessuno;

non iniziare  una cosa che sai di non poter gestire da sola.

…. Le cose che mi sono servite, le ho imparate da mio padre.

Che a ben vedere è molto più femminista di tante “femministe oggi”.